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  • Le tourbillon de la vie

    11 agosto 2026
    Riflessioni
    agosto 2026

    […] e ’l rimembrare et l’aspettar m’accora

    La storia: una funzione periodica con picchi e abissi che si ripetono a intervalli. La vita si snoda sinuosa lungo l’asse del tempo e infallibile ripropone appuntamenti che vanno e vengono, come le onde del mare.

    Ventisette anni fa, una breve notte interruppe una mattinata frizzante nell’immenso Cour d’Honneur della reggia di Versailles che, in quell’estremo lacerto del Secondo millennio, brulicava di turisti; un altro, l’ennesimo, evento clamoroso di quella memorabile estate che espose ed esaltò l’acerbità di un’età troppo scarna rispetto all’eccezionalità di ciò che si trovò a fronteggiare.

    Non si farà buio all’improvviso domani; anzi, è più che probabile che non si riuscirà neppure a scorgerne uno spicchio di questa nuova eclissi, ché le coordinate geografiche stavolta non sono propizie.

    Forse è scaduto il tempo delle cose straordinarie e forse è giusto che sia così.

    Listening to:
    It’s the hope that kills you – The Itch

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    Reazioni nel fediverso
    • #agosto2026
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  • Indecisioni

    23 Maggio 2026
    Riflessioni
    maggio 2026
    Do I dare
    Disturb the universe?

    Si va srotolando timidamente l’ultimo lembo di primavera. Quest’anno più che mai volubile, secondo il capriccio del giorno, la stagione si mostra ora algida e accigliata ora gioviale e tiepida, e questa incostanza irrita tanto quanto la concomitante altalena interiore tra la voglia di scrivere ciò che si sa sarebbe sfacciatamente futile – e con ogni probabilità innocuo – e l’esitazione a farlo, perché la sola ragione che potrebbe giustificare le ore da dedicare a un compito tanto sterile e sdentato sarebbe esser capaci di farlo in ossequio alla bellezza, come un esercizio di stile invece che come la solita sconcia effusione a cuore aperto.

    È tutta colpa del genio, questa riluttanza, del genio che difetta e che ha sempre difettato, ché altrimenti non si sarebbe finiti a raccontare quotidianamente di forni elettrici e caldaie e pannelli isolanti e camerette e varietà di olive e ogni altro genere di bagattella. Del genio e dell’età, che esorta saggiamente a non rendersi ancora una volta ridicoli.

    C’è stato un tempo consono ai tentativi e quelli che si avevano in tasca sono stati già spesi. È stata già raccolta in cambio le propria parte di disfatte: perché adoperarsi per procurarsene delle altre, perché condannarsi a ulteriore indifferenza?

    Listening to:
    Tentative decisions – Talking Heads

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  • Fiorire

    22 aprile 2026
    Riflessioni
    aprile 2026

    Così arrivi, come sempre,
    a spargere il sospetto del paradiso

    Dopo un inizio balbuziente, la primavera è sbottata all’improvviso. Il tarassaco è un sole tascabile tra il verde, la pervinca è sbocciata ed è impossibile, pure questa volta, resistere al contagio di un entusiasmo infondato. Riaffiora così l’ottimismo periodico e solerte insinua il pensiero che la vita non debba necessariamente essere in bemolle, nonostante l’esperienza testimoni senz’ombra d’ambiguità che anche il più luminoso dei giorni finisce fatalmente in un tramonto.

    Mentre s’attende che il giallo del tarassaco si trasformi in frutto piumoso e, come si faceva da bambini, gli si possano affidare in un soffio i propri desideri, non ci si può impedire di cullare la speranza che giunga presto l’ora in cui, dopo un estenuante inverno, anche la vita si schiuda davanti ai nostri occhi, mostrandosi finalmente nella sua forma più smagliante.

    Listening to:
    You can never hold back spring – Tom Waits

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  • Tutto qui

    4 aprile 2026
    Riflessioni
    aprile 2026

    Il presentimento pieno di certezza che tutto ciò che le accadeva avesse
    un legame fiabesco con qualcosa di nascosto le era già noto da tutti
    i periodi agitati della sua vita; lo sentiva come una vicinanza, dietro
    le sue spalle, e inclinava ad aspettare l’ora del miracolo, in cui
    non avrebbe avuto altro da fare che chiudere gli occhi e distendersi.

    Il sentimento del destino è un forza nemica, che infetta come una possessione demoniaca immune a ogni esorcismo. Nulla dispone all’attesa più del senso che qualcosa debba accadere, che sia già deciso e sul punto di dispiegarsi, necessario come una scadenza tassativa.

    Nel mentre, procede implacabile l’emorragia dei giorni e più tarda l’avverarsi del presagio più cresce il disappunto; eppure la frustrazione non ha mai abbastanza vigore da opporre all’efficacia micidiale del convincimento – illusorio? – che quel che è e quel che da esso è razionale inferire non esauriscano l’intera sfera del possibile. Perché come si potrebbe sopportare il pensiero quotidiano che sia tutto qui, nell’insignificanza atroce e senza vie d’uscita del meccanico succedersi di azioni e reazioni prevedibili ed esauste abitudini? Come si potrebbe vivere, se si smettesse di aver fede nell’ingerenza del numinoso, nel suo inopinabile manifestarsi?

    La logica è un utensile eccezionale per l’amministrazione delle questioni pratiche, ma lascia lo spirito profondamente affamato, ché allo spirito non bastano probabilità e statistica: lo spirito invoca e brama il prodigio.

    Listening to:
    Is this all there is? – Anna Calvi (ft. Matt Berninger)

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  • Necessitas intellecta

    17 marzo 2026
    Riflessioni
    marzo 2026
    Necessitas intellecta

    Ma perché, se è possibile trascorrere questo po’
    d’esistenza
    come alloro, il verde un po’ più cupo
    di tutto l’altro verde, le piccole onde ad ogni
    margine di foglia (sorriso di brezza) – perché
    costringersi all’umano e, evitando il Destino,
    struggersi per il Destino?…
    Oh, non perché ci sia felicità,
    quest’affrettato godere di cosa che presto perderai.
    Non per curiosità o per esercizio del cuore,
    questo, anche nel lauro sarebbe…

    Ma perché essere qui è molto, e perché sembra
    che tutte le cose di qui abbian bisogno di noi, queste
    effimere
    che stranamente ci sollecitano. Di noi, i più effimeri.
    Ogni cosa
    una volta, una volta soltanto. Una volta e non più.
    E anche noi
    una volta. Mai più. Ma quest’essere
    stati una volta, anche una volta sola,
    quest’essere stati terreni pare irrevocabile.

    La Terra è un sistema chiuso, che ciascuno di noi abita piegato dalla coercizione delle briglie con cui la biologia l’assoggetta, e ogni vita umana non ne è che una versione più angusta: un microsistema con assai meno variabili e, dunque, assai più determinismo.

    E la cultura dominante e una certa tracotanza intrinseca all’umano ci illudono, tuttavia, d’avere noi in mano i fili e che li si possa tirare a piacimento, che la questione non sia quanto arbitrio ci è dato, semmai quanto si sia scaltri e determinati nell’usarlo, e che se il destino, specie quello ultimo, appare ineludibile è solo perché ancora la scienza e la tecnica non hanno escogitato il modo di dominarlo; ma quel giorno – ci assicurano – verrà.

    Il supremo esercizio di libertà appare, dunque, l’affannarsi quotidiano per divincolarsi da ogni limite, il tentativo d’imporre l’egemonia della ragione sulle cause e le conseguenze, in modo da piegarle al proprio volere. Ma da dove viene il nostro volere? Qual è la sua natura? Si può pensarlo come entità disgiunta dal fitto reticolato di lacci che fisiologicamente ci costringe?

    Somiglia maggiormente all’illusione che alla forma più alta d’autonomia, questa libertà che tentiamo di rivendicare, ché forse il solo modo di trionfare davvero sulla cavezza è acquisire la piena consapevolezza di non poter far altro che portarla. E nel mentre impegnarsi a non essere distratti e apprezzare la necessità delle cose, la loro fugacità, la loro bellezza, che è tale proprio perché sono caduche e irripetibili, e così comprendere la portata immensa del dono d’essere testimoni e partecipi di quello che, al pari noi, è morituro.

    Listening to:
    Blue morpho – Ed O’Brien

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  • Un prezzo spaventoso

    14 febbraio 2026
    Riflessioni
    febbraio 2026

    La vita che è stata perduta, all’ultimo, mi si rivolterà contro.

    Non esiste felicità senza conseguenze e può capitare che acchiapparla presupponga un costo terribile. Non perché elevato, ché a volte proprio le cose che mandano in rovina sono quelle che è più facile fare d’impulso, senza pensieri e senza controllo, come sonnambuli; ma perché l’idea della gioia e di ciò che essa comporta talvolta può essere un pensiero agghiacciante. Se la pusillanimità o la disciplina pesano più dell’audacia e del rispetto di sé, la contropartita dell’esaudire i propri desideri può apparire un oltraggio nei confronti di quelli altrui. La resa, perciò, può sembrare il male minore, giacché nella scelta tra scontentare o insolentire qualcun altro e deludere le proprie speranze, pare sempre che la seconda opzione sia quella più nobile, quella più innocua.

    Ciò, tuttavia, non cancella l’onere della responsabilità, ché la facoltà – meglio, l’imperativo – di render conto del proprio comportamento non si rivolge solo verso l’esterno. Tocca comunque di rispondere e rispondere non solo delle cose dette, fatte, omesse o pensate, appropriandosi di esse e delle loro conseguenze, ma pure di rispondere alle cose, che in retrospettiva se ne stanno lì come scandalose domande a interrogarci sulle ragioni, a chiederci se le abbiamo fatte deliberatamente o per compulsione, se abbiano la natura autonoma del progetto o quella cogente del destino.

    Il tradimento nei confronti di se stessi non è un peccato veniale e il male autoinflitto, anche quand’è ispirato da buone intenzioni, non è meno grave di quello che si proietta di fuori: è, anzi, più osceno, più contro natura. E più difficile da redimere, perché come si fa a perdonarsi d’aver rinunciato a quello che avrebbe potuto illuminare la vita, tanto più se la coscienza sa che lo si è fatto per timore e sudditanza? Tra tutti, è questo il tarlo più infaticabile, quello che richiede il tributo più esorbitante, ma lo si comprende sempre a cose fatte d’aver scelto l’alternativa che da ultimo era la meno conveniente e lo si scopre solo nel tempo che si sarà costretti a pagare vita natural durante.

    Listening to:
    Lover’s spit – Broken Social Scene

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  • Imboscata antelucana

    24 gennaio 2026
    Riflessioni
    gennaio 2026

    […] come una pietra
    leggera.

    Seduti spalla a spalla su un divano, in un sogno sfocato di cui non ricordo il principio né la fine, a conversare con domenicale inedita quiete. Come due che non avessero motivo d’imbarazzo, come se fossero fantasticherie le cose dette e non dette e quelle fatte e non fatte, come se esistesse ancora una lingua comune…

    Le notti hanno un modo raffinato di torturarci a volte, ingannandoci con l’idea che siano occupati non solo dai nostri rimpianti certi posti vuoti, al punto che pare di sentirlo per davvero il tepore dei fantasmi più cari. E ci si risveglia sempre strozzati da una delusione struggente, con una voglia impossibile d’interrogare gli assenti o di chiamare a rapporto l’universo e rampognarlo aspramente di tanta arbitraria crudeltà, ché certe ferite antiche e – a sorpresa, ma forse non più di tanto – sempre tenere hanno bisogno di carità, più che d’un sadico raschietto a tradimento che le abrada per rinnovarle.

    Listening to:
    Friday night – Beth Orton

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  • Tempus agendi

    31 dicembre 2025
    Riflessioni
    dicembre 2025

    Gli anni terminano sempre con l’idea che ci si possa lasciare alle spalle il prima e l’illusione che il dopo sarà diverso, che si cambieranno le cattive abitudini e si abbracceranno scelte più profittevoli. Prima che gennaio sia trascorso, tuttavia, di norma si è costretti ad ammettere d’essere ancora ben bene impastoiati in tutto ciò che si sarebbe voluto abbandonare; eppure, nonostante la prevedibile inanità della cosa, è impossibile non farsi contagiare dall’entusiasmo dei buoni propositi.

    Almeno in questa fattispecie, del resto, la diagnosi è la parte più semplice: salvo essere del tutto inconsapevoli di sé e della propria condizione, non ci vuole chissà cosa per capire quel che dovrebbe essere scartato e quel che andrebbe, invece, accuratamente accudito. Il problema vero sorge allorché si deve chiamare a raccolta la risolutezza necessaria per dare seguito alle intenzioni, soprattutto a quelle più radicali, ché è quasi impossibile tenere fede a proponimenti d’una certa drasticità, senza che ciò comporti l’accarezzare qualcuno contropelo. E, tuttavia, non si possono accomodare costantemente gli altri, né flettersi oltremodo per adattarsi ai bugigattoli sempre più angusti in cui s’aspettano di trovarci pronti, benevoli e grati come cagnolini scodinzolanti, come se questa situazione fosse già un privilegio.

    Bisogna, a un certo punto, riappropriarsi della propria facoltà di dissentire, di dispiacere, di deludere, ché il rischio dell’essere sempre docili e prudenti è quello di finire per accontentare tutti, meno che se stessi.

    Listening to:
    Tables and chairs – Andrew Bird

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  • Un prontuario per dipanare il caos

    28 dicembre 2025
    Riflessioni
    dicembre 2025

    After all the pretty contrast of life and death
    Proves that these opposite things partake of one,
    At least that was the theory, when bishops’ books
    Resolved the world. We cannot go back to that.
    The squirming facts exceed the squamous mind,
    If one may say so. And yet relation appears,
    A small relation expanding like the shade
    Of a cloud on sand, a shape on the side of a hill.

    Tutto è kosmos, se a forza di tentativi o per sfacciata fortuna si riesce a trovare il tracciato giusto nella pista cifrata senza numeri che è la vita. Prima d’allora, tutto è caos: una babele di segni, un groviglio di fatti arruffati. L’ordine emerge dalle connessioni che poco a poco si riescono a rintracciare tra cose apparentemente disgiunte e indipendenti le une dalle altre. La decodifica, tuttavia, è possibile solo in retrospettiva, perciò a far la differenza è la prontezza di riflessi di cui s’è dotati: è il tempo di reazione di ciascuno che detta il passo dell’intero processo.

    Ah, s’avesse tanta agilità mentale ed emotiva da comprendere gli indizi da una distanza tale da poterla scambiare per il tempo reale, una distanza che consentisse di beneficiare delle persone e situazioni piovute come provvidenziali “ciambelle sul mare”, invece d’abbrancarsi a rottami di naufragi! O si potesse avere, per lo meno, un vademecum che spiegasse come allenare la presenza di spirito, in modo da poter accelerare l’interpretazione del disegno sotteso a quel che in superficie non pare essere altro che stridore e confusione…

    Listening to:
    Nina + field of cops – Cameron Winter

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  • Un abile marinaio?

    17 dicembre 2025
    Riflessioni
    dicembre 2025

    Non è un segreto che io consulti quotidianamente un oracolo virtuale che ogni volta mi elargisce una frase e che non di rado – per pura coincidenza o chissà per cos’altro – questa risulti essere proprio quella più adatta al momento. Il mio mentore cibernetico oggi m’ha suggerito che la navigazione in acque tranquille non produce lupi di mare: pare, dunque, che debba essere grata delle mie peripezie che, se non altro, sarebbero utili a rendermi più competente nell’attraversare la vita.

    Prima ancora d’iniziare a pensare a quali possano effettivamente essere le capacità che ho acquisito tra inciampi e iatture, è scattato il solito riflesso, quella disfunzione che porta la mia mente a tirare subito fuori una canzone, il brano adatto all’occasione (qualunque essa sia); ché per me nulla può essere sprovvisto di un opportuno sottofondo. Fulmineo è emerso un David Gray d’annata – 1998, ma 2000 per me, che ho scoperto “White Ladder” solo all’epoca della sua fortunata riedizione – che, però, più che sulla crociera vera e propria, è concentrato sul salpare.

    Non è un caso, o almeno mi piace pensare che l’inconscio ancora una volta m’abbia assistita con discrezione, pescando strategicamente dal mio eterogeneo archivio musicale mentale l’alternativa più propizia per innescare una riflessione costruttiva. Perché si ha un bel parlare di acque da solcare, ma a cosa mai può servire l’eventuale destrezza nell’affrontare bonacce e tempeste, se innanzi tutto non si leva l’ancora? L’abilità di un marinaio non si misura all’asciutto. L’imperativo categorico, pertanto, è quello di mollare gli ormeggi e toccherà darsi da fare per escogitare un pretesto, se si ha voglia davvero di soppesare le ipotetiche qualità guadagnate di traversia in traversia.

    Se solo fosse facile liberarsi dalle gomene che tengono legati alla banchina, quando si è allettati dall’idea del viaggio ma non si riesce a immaginarne la meta!

    Listening to:
    Sail away – David Gray

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NIENTE DI ALIENO

Homo sum, humani nihil a me alienum puto

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