Viviamo un’epoca rabbiosamente moralistica, che fa della vergogna – affibbiata di qua e di là con la stessa facilità con la quale un tempo si faceva volantinaggio – la propria arma d’elezione. E, se la vergogna è la malattia dei nostri anni, il suo antidoto è ancora più deleterio: per prevenire i marchi d’ignominia, occorre autodenunciare preventivamente la propria irreprensibilità. Prima ancora che chiunque ce la chieda, dobbiamo esternare cautelativamente la nostra professione di fede nei confronti di quel che è socialmente considerato buono e giusto.
Qual è il risultato di questo trionfo del virtue signalling? Che i rapporti umani ormai richiedono d’essere navigati con più circospezione della diplomazia durante la Guerra fredda e che ogni espressione della creatività e dell’ingegno umano si sta inesorabilmente dissanguando. La letteratura contemporanea è diventata per lo più indigeribile, con le sue provocazioni addomesticate che – guarda un po’ le coincidenze! – non contraddicono mai i valori della cultura dominante, mentre il cinema si trasforma sempre più nella versione per immagini degli exempla medievali, con messaggi differenti ma conservandone intatta la verbosità sermoneggiante e la crassa esagerazione dei caratteri (con i buoni buonissimi e i cattivi cattivissimi) per far breccia nell’immaginario delle masse sprovviste di spirito critico, e la comicità ha smesso di far ridere da un pezzo.
All’apparenza è un mondo improntato ai buoni sentimenti, all’accoglienza, all’uguaglianza, alla solidarietà; di fatto, è tutto un’esuberanza di violenza covata e agita, verbale e non solo. Pare che a tutti prudano gl’indici e non vedano l’ora di puntarli su questo o su quello. Ci si sorveglia a vicenda, in attesa del passo falso altrui che ci faccia tirare un momentaneo sospiro di sollievo, perché ancora una volta possiamo stare dalla parte di chi addita, invece che da quella di chi è additato. Ma in questa gogna quotidiana, è solo questione di tempo prima che tocchi a noi e non serve nemmeno che lo scivolone sia attuale o per lo meno recente: ci sarà sempre qualcuno che potrà dissotterrare qualche atto o dichiarazione vecchi di decenni che avevano la pecca di non aver previsto il futuro e che potranno ritorcercisi contro a scoppio ritardato.
Pare assurdo che sia proprio io a lagnarmi di questo, io che fin dalla culla sono stata imbevuta di principi più costrittivi di una camicia di forza ed educata alla scuola della mortificazione e della colpa. Sono, è vero, perfettamente abituata allo scrutinio costante, al giudizio, al peccato sventolato come uno spauracchio, ma proprio per questo non capisco come si possa apprezzare una società in cui ciascuno è costretto a vivere nel costante terrore d’essere messo alla berlina da un momento all’altro.
Entro confini tanto ingenerosi, non c’è spazio per concepire nulla che vada oltre la melassa dei pensierini dei bambini delle elementari o l’assoluta ovvietà delle cose che un tempo non necessitavano nemmeno d’essere dichiarate, per quanto erano scontate. Quando va proprio bene, al massimo si arriva a qualche riflessione agrodolce, accuratamente sanificata affinché sia il più possibile innocua e priva di riverberi che possano minacciare, seppure in maniera estremamente remota, lo status quo.
Ci siamo volontariamente relegati al ruolo di aspiranti miss Italia, che la prammatica obbliga a giurare d’avere come sogno massimo la pace nel mondo e come valore fondante la famiglia. Alimentiamo quotidianamente un circolo vizioso d’ipocrisia e inanità che è francamente disperante e dal quale non pare si possa riuscire a uscire nel prossimo futuro, abituati come siamo al tribunale perenne dei social e all’attivismo performativo.
Quanto avremmo bisogno oggi di un giullare che alle rampogne rispondesse con sano menefreghismo e adeguato sarcasmo, assicurando di prenderne nota senza indugio!
Listening to:
(What’s so funny ‘bout) peace, love and understanding – Elvis Costello & The Attractions