Gli angeli ci invidiano

L’inizio della conferenza è previsto per le 11.00, ma arrivo con largo anticipo, avendo preventivato una grande affluenza. Non mi sbagliavo: alle 10.40 l’Aula Magna del rettorato è già piena e c’è ancora una lunga fila di persone che attendono di entrare.
L’ospite d’onore è un nome di grandissimo richiamo e l’organizzazione non si è risparmiata: c’è una troupe pronta a riprendere il tutto e proiettarlo sugli schermi disposti nella sala, affinché anche noi poveri reietti delle ultime file possiamo vedere bene; e ci sono cuffie in abbondanza, perché tutti possano usufruire della traduzione simultanea. Io faccio a meno delle cuffie: mi hanno assicurato che il regista parlerà in inglese e incrocio le dita sperando abbiano ragione. Alle 10.55 l’Aula Magna è già stracolma: non c’è più neppure una sedia. Ci sono parecchi giovani. Le tipiche facce da DAMS o da Scienze della Comunicazione. E c’è qualche professore, ma non sono in molti. Noto con piacere che l’età media della platea è decisamente al di sotto dei quarant’anni.
Alle 11 in punto fa il suo ingresso discreto il Preside della Facoltà di Lingue, Prof. Paolo Bertinetti. Come al solito azzimato, in abito e cappotto blu, sfoggia il suo impeccabile aplomb d’ordinanza. Quest’anno è riuscito a fare il colpaccio: un servizio sui TG è garantito. Il suo volto, sempre composto e dai lineamenti di un’eleganza quasi d’altri tempi, lascia trasparire una giusta soddisfazione. La risonanza di un evento del genere è superiore a quella di mille spot pubblicitari.

L’attesa continua ancora per qualche minuto. La sala straripa. Ci sono professori seduti sui gradini e molti ragazzi sono rimasti in piedi, appoggiati alle pareti.
Alle 11.15 entra finalmente Wim Wenders. Ha i capelli grigi, legati in una folta coda, un paio di occhialini con la montatura nera e camicia e giacca beige. Si accomoda al tavolo. È un uomo imponente, dall’aria bonaria e composta. Sembra affabile, per nulla pieno di sé. Ascolta la traduzione simultanea, sorride, prende appunti su un blocco di carta.
I professori chiamati a intervenire lo incensano, come di prammatica, e gli pongono domande scontate, non senza prima aver fatto abbondante sfoggio di cultura e autoreferenzialità. Vengono citati Baudrillard, Kundera, Bazin e tutti in modo quantomeno poco pertinente. È la prassi delle conferenze. Credo lo facciano per un complesso d’inferiorità nei confronti dell’ospite: vogliono dimostrare di non essere da meno e provano a seppellirlo con le citazioni. Wenders risponde alle domande che gli vengono poste in maniera tranquilla, ma non si perde in giri di parole. Si evince chiaramente che non è un logorroico, e ho il sospetto che non ami particolarmente parlare di sé e del proprio lavoro. Le risposte che dà non sono memorabili, così come le domande che gli fanno. Parla, nell’ordine: di come sia cambiato il lavoro del regista negli ultimi anni, dei critici, di cosa si dovrebbe insegnare agli aspiranti registi, di identità della Germania, di cosa rappresenti oggi per lui il concetto di “patria”, del viaggio come utopia, di Berlino, della ricerca della verità (che, a suo avviso, è opposta alla bellezza), di montaggio.

Poi, finalmente, il lampo: gli chiedono di parlare degli angeli de “Il cielo sopra Berlino” e allora il discorso si fa accattivante. E il regista arriva a fare delle affermazioni sorprendenti. Dice perfino di credere davvero negli angeli; sembra serissimo e restiamo tutti abbastanza spiazzati.

Tutto sommato è stata una mattinata piacevole, benché non formidabile come avevo immaginato. Però, posso dire di essere stata per due ore sotto lo stesso tetto con uno dei più grandi registi viventi: direi che non è niente male, no?

Listening to:
The ground beneath her feet – U2

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