La paralisi del pensiero mi spaventa sopra ogni cosa. Il palpito del cuore che sembra andare al galoppo e il conseguente blackout, il vuoto, l’attimo di afasia che andrebbe colmato e non con una risata isterica, se possibile. La costante impreparazione, che mi sorprende nonostante abbia immaginato tutto e studiato frasi e situazioni e provato e riprovato come se la vita fosse una messa in scena, mi terrorizza e mi rende incapace di comportamenti classificabili sotto l’etichetta di “normalità”.
L’unica medicina, quasi peggiore del male, è come sempre l’inazione forzata nell’attesa che tutto passi senza sfiorarmi, eppure – proprio per questo – scalfendomi. Ed è così che il non-nome che do alle non-cose che accadono solo nella mia testa non riesce mai a tradursi in sillabe che possano pronunciarsi a un prezzo abbordabile anche nel mondo reale. La mia vita è puramente immaginaria e quelle non-parole muoiono silenziosamente d’inedia negli angoli in cui le lascio per il tempo necessario a dimenticarle e si tramutano in spettri, che a volte ballano in circolo nella penombra della mia stanza, come monumenti dinamici a imperitura memoria della mia inettitudine.
Listening to:
La canzone che scrivo per te – Marlene Kuntz
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