Ci sono cose che si sanno, o meglio, che si dà per scontato di conoscere. Poi ci sono ignoranze improvvise, inaspettate, che confondono le idee e fanno dubitare di se stessi. Come se ci si sentisse a proprio agio con il calcolo differenziale e si scoprisse d’un tratto di avere difficoltà con l’aritmetica: essere capaci di prevedere il comportamento di una funzione, ma iniziare a dubitare della matematica che si conta sulle dita delle mani. E quando non è possibile fare affidamento su ciò che è apparentemente ovvio e che si presume si possa vedere facilmente, crolla tutto il castello.
Capita di credere d’essere andati avanti, di aver percorso numerose tappe di un itinerario, ma un inatteso momento di balckout o una repentina confusione sono là a ricordare oscenamente che ci si è mossi tenendo ben saldo sul terreno un piede a fare da perno. Si è finiti col girare su se stessi in una monotona marcia che ha portato con sé solo l’illusione di aver compiuto qualsivoglia progresso. Eppure, questa consapevolezza amara non è corrosiva come una sconfitta, dà piuttosto una strana sensazione di sollievo, come se si fosse finalmente certi di quale sia il punto da dove ripartire, di quale sia lo strato più intimo e autentico della propria matrioska interiore, quello che custodisce ciò che solo a prima vista può essere scambiato per una lacuna.
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