La perdita che duole di più è quella di ciò che non si è avuto mai. Il rimpianto che si mescola al rimorso è la nostalgia nel suo abito più adatto, nella sua manifestazione più pura. Una malinconia che si dilata tra passato, presente e futuro in un eterno atemporale nel quale l’errore è sempre attuale e comunque sempre distante, dunque irreparabile. Un’assenza che, come dice il poeta, è per sua stessa natura presenza più acuta, che trascina uno strascico di fili che non si troncano. Si attorcigliano, s’ingarbugliano, ma non si spezzano, né mai si potrebbe desiderare che fosse diversamente, perché quello spazio rimasto vacante è un vuoto che dà pienezza ed è il vessillo della propria identità più di quanto non lo sia il volto.

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    Anonimo

    A corollario delle tue riflessioni:”Che c'è in­fat­ti di più triste del­la vec­chi­aia del vizio, spe­cial­mente nel­la don­na? Es­sa non ha in sé nes­suna dig­nità e non ispi­ra in­ter­esse.Quel con­tin­uo pen­tir­si, non di avere per­cor­so una cat­ti­va stra­da, madi avere sbaglia­to i pro­pri cal­coli e di avere mal imp­ie­ga­to ilpro­prio denaro, è una delle cose più tristi che si pos­sano im­mag­inare”.Alexandre Dumas, La signora delle camelieR

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