Le notti insonni non hanno più lo stesso sapore. Non ci sono più canzoni da scandire in silenzio, solo muovendo le labbra, nel buio di una casa addormentata. Ninnenanne improbabili. Esorcismi non ortodossi per tumulti e tormenti. A proposito di tutto e di nulla in particolare. Il fido walkman come compagno, aspettando che arrivasse l’ora di alzarsi per andare a scuola.
Ora la stanza è illuminata da una perpendicolare luce bianca, igienica e abbagliante, come in un ospedale. Il silenzio è rotto dal battere delle dita sui tasti del notebook. Essere svegli non è più una fastidiosa casualità, è un bisogno. Un po’ per le cose ancora da fare, le scadenze da rincorrere come la lepre in una gara di levrieri al cinodromo; un po’ per la necessità di rubare qualche pezzo solo per sé in giornate stritolate dal dovere.
A volte, però, capita che il computer rimandi le stesse melodie di vent’anni fa e che venga quasi la tentazione di mettersi a ballare. Una ridicola e goffa danza solitaria nel cuore della notte, urlando senza emettere suono parole così familiari e precise e che calzano così a pennello, che sembra ti scorrano nel sangue.
E si finisce per chiedersi per quale assurda perversione non sembri essere cambiato nulla, mentre i tuoi eroi hanno ormai l’età della pensione o del cimitero. O forse è solo che quelle schegge sonore di memoria rappresentano i veri momenti salienti della tua esistenza, perché hai vissuto con più emozione l’ascolto delle crisi interiori di giovani working class dell’Inghilterra settentrionale e dei loro amori – vividi e umani, rabbiosi, un po’ disfunzionali, pieni di frustrazioni e di secrezioni, sporchi e imperfetti – rispetto a quanto ti sia mai accaduto con la tua stessa vita, fatta di momenti sempre un po’ sfocati e con sentimenti attutiti, quasi fossero avvolti nel pluriball. Che per sentirli pungere, finalmente, te li sei dovuti strappare fuori a posteriori sullo sfondo bianco di una pagina e guardarli lì, nella loro gracile stilizzazione, per convincerti che fossero veri e sanguigni.
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