Approvazione

What drink’st thou oft, instead of homage sweet,
But poisoned flattery?

Nel culto di chi o di cosa viviamo? Di chi sono gli dei che veneriamo? Abbiamo davvero scelto noi l’altare sul quale sacrificare tempo e fatiche? Come abbiamo deciso a cosa consacrare la nostra vita? Per compiacere chi? Per noi stessi o un’autorità esterna che ogni tanto ci dispensa qualche zuccherino e così ci tiene in suo potere? Siamo davvero autonomi o siamo inconsciamente eterodiretti da desideri che non ci appartengono?

Ap-pro-va-zio-ne. Cinque sillabe da cui tento di curarmi e, mentre sono alle prese con la mia terapia, i miei “colleghi” malati li vedo dappertutto, come non mi era mai capitato di notare. Se c’è una pandemia, è questa ricerca spasmodica dell’apprezzamento, quasi che avesse valore solo ciò che riceve il plauso di qualcun altro. È una voglia d’essere guardati, notati, lodati nell’illusione di curare ferite antiche. Ma trovare lo sguardo così ardentemente bramato e mai davvero catturato è impossibile. Neanche milioni di milioni di altri occhi potranno colmare quel preciso desiderio. Mentre quelli, quelli non ci guarderanno mai come avremmo voluto, e se anche fosse, sarebbe troppo tardi. Con le cose buone è sempre una questione di tempismo: in ritardo o in anticipo non servono a niente.

L’unica cura possibile è, pertanto, una rivoluzione: un’inversione a U in direzione di se stessi, perché lo sguardo che brilla sia il proprio, perché sia il nostro il viso su cui si allarga un sorriso orgoglioso e niente possa fare vacillare una soddisfazione intima, viscerale, cercata e costruita con in mente solo le proprie passioni, i propri desideri, la parte autentica di sé.

Listening to:
Like a friend – Pulp

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