Sarà che la Sicilia è terra di vulcani e perciò noi siciliani partecipiamo della natura di questo fuoco fluido, che senza sosta scorre sotto la superficie dell’isola, che siamo statici e indolenti in apparenza e dentro siamo caos e vapori. Un continuo ribollire occulto, un montare di gas e poi repentine eruzioni e brusche esplosioni. Immoti come placidi bovini o gatti stesi al sole del pomeriggio, ma lesti a scattare e sbottare senza preavviso, se abbiamo un diavolo per capello.
Se, come Tomasi di Lampedusa faceva dire al Principe di Salina ne Il Gattopardo, la Sicilia dorme, il suo è un sonno gonfio di sogni in cui ruggisce un inconscio esagitato. Sarà per questo che a noi dell’isola, sotto questa apatia esteriore, avvampa spesso una frenesia più violenta di certe mareggiate invernali che cambiano il profilo della costa, spianano le spiagge e distruggono gli stabilimenti balneari. Perché qui non esiste la mite monotonia delle pianure a perdita d’occhio, né la quiete eterea delle vette montane, che ci è estranea nella sua elegante purezza. Quaggiù perfino l’alta montagna è fuoco senza pace, che non attende altro se non il momento giusto per tracimare, schizzare, scoppiare.
Listening to:
The only living boy in New York – Simon & Garfunkel
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