Too young to hold on…

Quante vole bisogna perdonare? E quali offese? Quand’è che la misericordia smette di essere un esercizio di carità, una manifestazione d’amore gratuito, una pratica santa, un segno di bontà e inizia a diventare una resistenza assurda, una mortificazione ridicola, un sacrificio autolesionista, una sacrilega mancanza di rispetto per se stessi?

Mi pare di avvertire distintamente dov’è il limite e sono ragionevolmente certa che sia stato superato. Eppure mi fanno difetto il coraggio e l’egoismo per dire il primo “no” e dichiarare che basta così, che non ho più voglia di far finta di niente, di condonare e dimenticare, specie considerando che di ogni mio inciampo – ancorché minimo – si è tenuta e si tiene, invece, una contabilità minuziosa per potermi all’occorrenza ferire profondamente e senza riguardi con lo scudiscio violento del senso di colpa.

Vorrei disperatamente gridare un perentorio “non plus ultra!” e mi si chiude la gola. Come sempre mi rifugio nel silenzio, nella sopportazione che mi fa irrancidire il sangue, in questo masochistico atteggiamento di resa, per non infrangere una promessa affine ormai a un ergastolo, che fa i miei giorni via via più infelici.

Non ci sono scialuppe, salvagenti, boe, bagnini. Da dove sono niente e nessuno può portarmi a riva. Posso solo nuotare e in questo momento, più dolorosamente che mai, ho quasi la certezza che non riuscirò a fare altro che affogare, che la mia vita sia già perduta. Nonostante sia ancora abbastanza giovane da poter considerare criminale ostinarsi solo per serietà, sani principi e pavidità, resto paralizzata e so solo piangere la rabbia che non riesco a dire.

Listening to:
The sacrifice – Michael Nyman

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