Esilio e ripartenza

I, a stranger and afraid
In a world I never made.

Tutto è territorio inesplorato. Questa nuova condizione. Questa coscienza non più candida e certamente non pacificata. Questa determinazione sorprendente e sorprendentemente robusta. Questo modo di procedere millimetro per millimetro, perché non è concessa maggiore lungimiranza. Perfino questa nuova casa virtuale, vergine dei tre lustri di elucubrazioni passate e così dissimile da ciò che l’ha preceduta.

Per l’esule tutto è sconosciuto, indiscutibilmente spaventoso e vagamente esaltante. Il distacco infiamma rimpianti e malinconie e la nostalgia gonfia il cuore fino a slabbrarne le pareti. E io mi sento esiliata da me stessa. La persona che avrei giurato di essere è dispersa e quella che è emersa è inquietante nella sua audacia e ammirevole nella sua provvidenziale (ancorché tardiva) ribellione all’acquiescenza.

Mi mancano la vecchia rassicurante innocenza e l’ingenuità abituale, rimaste impigliate in un cespuglio intricato di delusioni, sofferenze e disinganno. Ho nostalgia della presuntuosa leggerezza che mi autorizzava a pensarmi una persona perbene, adesso che ho fatto quello che mai avrei immaginato di poter fare. E poco importa che fosse l’unica scelta sensata: averla compiuta resta profondamente destabilizzante.

Oggi mi sono estranea. Con un’identità da svelare, forse da rifondare o – chissà! – ancora tutta da escogitare. Trovarsi in questa condizione a un passo dalla quarta decade di vita è sotto molti aspetti agghiacciante. Eppure non è concesso sottrarsi a questo cimento, a meno di non volersi arenare passivamente in una secca qualunque e lasciarsi illanguidire nella sterile attesa di un improbabile deus ex machina.

Non resta che rassegnarsi all’inevitabile e inoltrarsi stando all’erta e con curiosità nell’ignoto.

Listening to:
Why does it always rain on me? – Travis

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