[…] to hold, as ’twere, the mirror up to nature
No, non per l’altezza vertiginosa della scrittura. O solo in parte. Solo a volte. Di certo non con Le Notti Bianche. La foga di leggere scambiata per piacere. Quel girare le pagine appassionato, ingordo. Con Mìtja e Alëša era incantesimo o ipnosi. Ma con Nasten’ka sembrava un corpo a corpo. Perché, benché fosse confortevole illudermi di rivedermi nel Sognatore, era quella tracimante smania giovanile di vivere tutta proiettata verso un ideale (che era in verità un rispettabile premio di consolazione), a chiamarmi in causa. A evocare ricordi. A suggerire paralleli.
Ma io mi rifiutavo di tendere l’orecchio. Di capire.
E non era richiesta molta introspezione o molta fantasia, per collegare le quattro notti pietroburghesi a quelle indimenticabili sere d’estate perlustrate passeggiando avanti e indietro, con il lieve sciabordio delle onde a fare da metronomo e un sentore salmastro che si insinuava nelle narici. Sì, l’ambientazione era quanto di più dissimile si potesse immaginare, ma la trama si dipanò quasi identica.
Non era una nonna e non era una spilla, ma anch’io avevo il mio carceriere e la mia catena. Di una generazione più vicina e che non aveva bisogno di assicurarmi concretamente alle proprie sottane, ma l’esito non faceva differenza. Era una voce estranea che mi turbinava in testa. Una etero-coscienza che mi ammoniva, mi minacciava, mi insultava. Un guinzaglio psichico, che mi permetteva di allontanarmi solo fino a una certa gittata, per poi punirmi con un frustrante rinculo. E, quando per un attimo mi abbandonai a un’ebrezza sconosciuta e dimenticai quanta corda mi era stata concessa, mi strattonò indietro con una violenza che mi annichilì.
Il dolce imbarazzo mutò in vergogna. La curiosità divenne colpa. Il sentimento una macchia da cancellare. Negare tutto. Perfino l’evidenza. Prendere la prima cosa bella mai avuta tra le mani e gettarla ai cani. Perché bisognava aspettare. Qualcuno sarebbe arrivato. In un momento più adatto. Più rispettabile.
E cominciò la lotta con questa dannata cosa che non voleva saperne di crepare. Per quanto tentassi di soffocarla per poter placare i morsi della coscienza, le rimostranze del cuore, che gorgogliavano indomabili in una dimensione più intima e primitiva, le ridavano ossigeno.
Fu così che, come per Nastàs’ja Filìppovna con Myškin, amare e respingere divennero un tutt’uno.
Alla fine ho trovato anch’io il mio Rogòžin: una nuova catena, autoimposta, che mi impedisse colpi di testa. Il mio non mi ha uccisa, però. O forse, in parte, sì.
Ma è stata una penitenza meritata, per la colpa che mi consumava da anni. Quell’oltraggio alla gioventù, all’innocenza e alla vita stessa, che ho officiato come un rito sacro ed era, in verità, nient’altro che un turpe delitto. E io, Raskòl’nikov senza Sonja né Porfirij Petrovič, e dunque senza speranza, avevo bisogno di una punizione. Per finalmente vedere e capire, pormi domande, ricostruire gli eventi. Cogliere le affinità con Nasten’ka e Nastàs’ja. E consumare in un mare di lacrime, che mi sorprendono all’improvviso quando un ricordo si avventa o un sogno mi tende un tranello, il lutto di un rimpianto lungo una vita e il rimorso del male fatto senza pensare che il mio non era l’unico cuore in gioco e che l’altro si era già offerto apertamente, come una fiche baldanzosa sul tavolo verde. E accettare come opportuno contrappasso il non sapere bene cosa poterne fare di questa ritrovata libertà, oggi che l’anima pesa come piombo e il tempo è sgocciolato via prima che si riuscisse a rendersene conto.
Listening to:
Green gloves – The National
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