No! I am not Prince Hamlet, nor was meant to be;
Am an attendant lord, one that will do
To swell a progress, start a scene or two,
Advise the prince; no doubt, an easy tool,
Deferential, glad to be of use,
Politic, cautious, and meticulous;
Full of high sentence, but a bit obtuse;
At times, indeed, almost ridiculous—
Almost, at times, the Fool.
Se non fosse per un Tognazzi senior semplicemente splendido (ma sai che novità: quand’è che non è stato per lo meno commendevole il grande Ugo?), “La tragedia di un uomo ridicolo” sarebbe solo un film piuttosto dimenticabile – io direi proprio brutto, ma temo l’accusa di lesa maestà – di Bertolucci dei primi anni Ottanta. Però il titolo è senza dubbio indovinato, perché centra la più penosamente umana delle verità: che nel dolore e nel tracollo difficilmente si è titanici e dignitosi come gli eroi classici; più spesso si è semplicemente grotteschi e macchiettistici.
Soffre e cade con decoro solo chi soffre e cade senza colpa; per tutti gli altri la tragedia è quasi sempre mera conseguenza (diretta o indiretta) del proprio errare, quel “mancare il bersaglio” che i Greci chiamavano hamartía e che nella Septuaginta, per estensione, assunse il significato di “peccato”.
Shakespeare, che è stato capace di comprendere e raccontare l’umano meglio di chiunque altro (anzi, a dar credito ad Harold Bloom, l’umano così come lo conosciamo oggi l’avrebbe addirittura inventato), non poteva non afferrare perfettamente anche quest’aspetto. E, infatti, l’ha reso il fulcro del più stilisticamente ineccepibile dei propri drammi, quel Re Lear che ubriaca con la sua architettura puntigliosa e prodigiosamente armoniosa. Un’opera che è un ibrido tra una mise en abyme “senza fondo” e un frattale disegnato a parole, tutta giocata sul rispecchiamento e sull’antitesi, nella quale si rincorrono e moltiplicano simmetrie e paralleli e commutazioni e rovesciamenti tra i vari personaggi e i loro archi narrativi, e alla fine tutto si risolve in una circolarità d’una compiutezza che pare “a orologeria”.
Eppure, tutta questa certosina perfezione non serve a raccontare altro che la storia di un re vecchio, narciso e sciocco, che scambia la blandizia per amore e s’illude che il potere regale sia una sua qualità intrinseca e non una condizione che gli deriva dalla corona che indossa, dimostrando di non capire alcunché non solo di politica, ma pure di vita quotidiana. Un monarca ridicolo, appunto, che man mano che si dipana la trama scivola su un pendio d’inesorabile degradazione. Nella propria caduta precipitosa Lear è tradito, umiliato, patisce freddo e stenti, esce di senno, traccia una scia di vittime collaterali sul proprio cammino e da ultimo muore, e tutto per colpa, in definitiva, solo di se stesso.
Per il Bardo, personaggi da burla sono pure Antonio e Cleopatra: due esseri umani in disarmo, che per loro sfortuna non sospettano affatto la loro condizione. Due vanesi, capricciosi e dissoluti relitti del passato, che si credono ancora sulla cresta dell’onda e sono convinti che, dacché hanno deciso di impantanarsi nelle mollezze della vita periferica e irrilevante di Alessandria, anche Roma e la Storia si siano fermate per aspettarli. Due talmente ottenebrati dal proprio rispettivo ego da immaginare d’avere ancora il potere di distribuire le carte, quando dovrebbero già ringraziare che si continui a riservare loro a malapena uno sgabello traballante attorno al tavolo da gioco.
E perfino Amleto non è immune al ridicolo. Parrà sacrilego, lo so, ma come altro definire un principe trentenne egocentrico, dispettoso, lunatico e bizzoso né più né meno di un adolescente, che per di più è assediato da visioni spettrali, incline alla malinconia e all’inazione e lesto a tradire gli amici? Uno che pondera con gravitas e quindi derubrica, per scrupolo morale e soprattutto pavidità, l’ipotesi del proprio suicidio, salvo poi causare per assoluta insensibilità quello della donna “amata”? Uno che per errore diviene pure l’assassino del padre di lei nonché, messo all’angolo dal meccanismo della trama, quello del fratello della stessa; fino, in sostanza, a morire a propria volta (e non senza ironia) per sbaglio, lasciando il regno paterno, che avrebbe voluto riscattare dall’usurpazione, sguarnito di re, regina ed eredi al trono?
A ben guardare, in effetti, a rendere ridicola una tragedia per Shakespeare non è tanto il fatto che sia autoinflitta, quanto quello che scaturisca da un maldestro errore di (auto)valutazione, da una arrogante cecità nei confronti di se stessi e del proprio reale valore; oppure dall’incapacità di accollarsi la vergogna delle proprie miserie, astenendosi dal ricorrere a giustificazioni di comodo o a capri espiatori. In Macbeth, per esempio, MacDuff, che non si nasconde dalla responsabilità d’aver originato (per quanto solo per ragioni di parentela) il proprio sfacelo e perciò non esita un istante a etichettarsi “peccatore”, è riscattato da questa umile e straziante presa di coscienza che, mentre all’apparenza lo ridimensiona, gli guadagna la facoltà di soffrire da gigante.
Il mondo classico pullulava di eroi, in quanto i Greci e i Romani – magnanimi o forse solo creduli – nella tragedia concedevano all’uomo alleati soprannaturali ficcanaso e interventisti, sicché non era lasciato a cavarsela in proprio nei momenti cruciali. Potendo contare sul patrocinio divino, mantenere (o conquistare) caratura e dignità in ogni circostanza non è poi cosa tanto proibitiva. Tutt’altro discorso è riuscirci nell’universo umanissimo di Shakespeare, in cui Dio esiste, certo, ma è poco più che il secondino muto e inflessibile di uno sterminato Panopticon. Senza l’aiuto di un’intelligenza oltremondana, se non si è coraggiosi abbastanza da essere spietati con se stessi, è ben difficile elevarsi al di sopra della propria sofferenza e non apparire sciocchi e arlecchineschi, quando si è causa del proprio stesso male.
Cittadini di un mondo epicureo e nichilista, pure noi, che davvero non siamo altro che “quintessenza di polvere”, seppur sovente accecati dalla presunzione d’essere opere d’arte e simili agli angeli e agli dei, non di rado nei nostri confronti siamo ignari e pavidi tanto quanto Lear, Antonio, Cleopatra e Amleto. Così, chi più chi meno, prima o poi ci facciamo ridicoli (in via permanente o a intermittenza), allorché il nostro non centrare il bersaglio ci consegna fatalmente a una tragedia “su misura”. Ciononostante, per vittimismo e vanagloria, spesso nemmeno a quel punto riusciamo a cessare d’auto-ingannarci. Ottusi da secoli di mistica della sofferenza, infatti, ci figuriamo che il dolore ci abbellisca e di avere nel patimento e nella débâcle la statura e la compostezza di un Edipo o di un’Antigone, quando, se va bene, abbiamo solo la piccineria e la goffaggine di un Basil Fawlty o un Fantozzi e, se va male, quella di un Mr. Bean.
La mia personale hamartía è l’essere una che ha atteso per quarant’anni che le “aprissero la porta davanti a una parete senza porta” e, quel che è ancor più grottesco, senza neppure saper localizzare con esattezza la parete. Troppo impegnata a indugiare indefinitamente, a non incomodare mai nessuno, a essere sempre docile e assennata, e troppo appagata dall’anestetico escapismo offerto da questo scrivere compulsivo e sterile, da un’immaginazione nociva nella propria ipertrofia e dal vivere vicariamente, rimasticando esistenze altrui e accattando esperienze virtuali dai libri, dalla musica e dal cinema, io pure ho costruito mattone dopo mattone la mia tragicommedia. Fino a raggiungere l’acme della risibilità il giorno in cui mi sono convinta d’aver trovato finalmente il sole attorno al quale gravitare, mentre in verità non si trattava che del barbaglio nervoso di una lampadina sull’acqua; al punto che, a rileggerle adesso, le parole incaute e assolute di allora mi suscitano un’ironia aspra, strettamente apparentata col disgusto – e, malgrado tutto, anche con la tenerezza – nei confronti di quella me stessa che, a colpi di migliori intenzioni e insicurezze e inesperienza e soprattutto ingenuità perniciosa, è la sola artefice di ogni mia sconfitta e ferita.
È tutta qui la mia tragedia ridicola. Chissà se, prima del sipario, saprò guadagnarmi per lo meno un accenno di catarsi dal peccato che mi incastra e mi denuncia nella mia nuda e meschina arci-umana fragilità…
Listening to:
We’re in love – boygenius
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