Pudore

To know a living thing is to kill it.
You have to kill a thing to know it satisfactorily.

Svelarsi, vantandosi d’essere sinceri; anzi, com’è più comune dire oggi, “veri”. Condividere ogni cosa e ogni cosa mostrare: il corpo, il dolore, la gioia, l’amore. Sbandierare sentimenti ed emozioni provati per le cause più disparate, incluse quelle più “solenni” e private: bambini che nascono, cari che ci lasciano, malattie, progetti di vita e naufragi esistenziali. Tutto è pubblico, o si pensa debba esserlo, perché si crede d’esistere solo se si è osservati; videor ergo sum è la formula che riassume l’uomo contemporaneo, con buona pace del povero Cartesio. E poi c’è che il mondo vuol sapere, vedere, intromettersi, criticare, “partecipare” e reclama tutto questo come fosse un diritto divino. Chi resta abbottonato è guardato col sospetto che si riserva a chi ha qualcosa da nascondere, o deve scontrarsi con la stizza con la quale si reagisce all’altezzoso. Del resto, oggi che ci interessa solo rivendicare il diritto a una libertà egoriferita e sfrenata, abbiamo stabilito che vergognarsi è male. E, per carità, è male per davvero! Perché la vergogna non ci “appartiene”: è un’emozione secondaria, appresa, è il foro interiore che tuona con voce estranea e ammonisce e umilia sulla base di principi fissati da altri, che abbiamo acquisito. Però la vergogna non è inutile, benché sia dolorosa, spesso addirittura paralizzante, e nonostante anch’essa – al pari della “condivisione” senza limiti – ci reifichi, in quanto esiste esclusivamente in relazione a un altro da sé presente o possibile e al suo giudizio espresso o ipotetico.

Indipendentemente da come la si pensi – che si consideri con biasimo questo “offrirsi” e lo si classifichi come cosa volgare, oppure no – resta il fatto che tutta questa esibizione è vana. In ciascuno di noi c’è sempre un’ostinata parte eccedente, che va oltre quel che l’occhio può vedere, quel che l’altro può conoscere. Per quanto ci si possa svelare, che se ne sia consapevoli o meno, si è sempre più di ciò che si appare ed è esattamente e solo in quella parte recondita – la nostra intimità – che siamo realmente “veri”. E allora si tratta di stabilire con oculatezza dove tracciare il perimetro che separa quel che può essere ammannito al “pubblico” da quanto merita di rimanere riservato, avocato a sé. Si tratta di fissare il confine della propria umanità.

Quel confine è il pudore, una virtù preziosa e assai démodé. Il pudore come atto di resistenza all’alienazione, allo sguardo dell’altro che ci rende oggetto. Il pudore, insomma, come baluardo di soggettività e farmaco riumanizzante. Perché non esiste alcun diritto del mondo a sapere e vedere ogni cosa, perché sapere e vedere ogni cosa significa violare ciò di cui tutto si conosce, conculcarne la libertà, possederlo. Dunque non c’è colpa nello schivare l’invadenza morbosa dell’esterno, che vuol appropriarsi dell’interno e piantarci il proprio vessillo: è nulla più che un atto di legittima difesa. Si tratta di mantenersi “vivi”, poiché per conoscere del tutto una creatura, in definitiva, occorre “ucciderla” e questa non è certo una facoltà che si possa concedere agli altri a cuor leggero.

Listening to:
Words – Gregory Alan Isakov

Lascia un commento