Muta, affilavo il cuore
al taglio di impensabili aquiloni
(già prossimi, già nostri, già lontani):
aeree bare, tumuli nevosi
del mio domani giovane, del sole.
Pian piano si scopre d’avere ancora voglia di mettere in fila parole con regolarità, proprio come ai vecchi tempi, nonostante il trasloco virtuale forzato abbia regalato uno spazio nel quale si continua a muoversi un poco goffamente e seppur dopo mesi rimangano tante cose da sistemare, per via della caterva di incompatibilità tecniche tra passato e presente e della poca confidenza nel metterci mano, non essendo che autodidatti.
Tra un ritocco cosmetico raffazzonato e l’altro, si scopre pure che è possibile osare tornare a scrivere a “penna” sciolta, che il mutismo è vinto e perfino la raucedine pare ormai guarita, poiché l’intimidazione con cui s’era stati sadicamente nerbati non era che minaccia spuntata, estremo tentativo d’imporsi perfino in assenza, colpo di coda d’una tracotanza di cui troppo a lungo si è stati complici nello zittirsi e piegarsi ossequentemente.
E più si scrive, più si ha voglia di farlo. E più si scrive, più ci si sente lucidi e sereni, ché in fondo s’è sempre scritto soprattutto per quello. Le parole come un formidabile diserbante contro la gramigna mentale e quella dello spirito, o una cassetta degli attrezzi per assemblare idee disarticolate.
Eppure, di tanto in tanto, rintocca ancora il dolore trascorso e lampeggia come un’insegna infamante la vergogna d’aver permesso e pure cocciutamente inseguito a lungo, a dispetto di sintomi ed evidenze, un amore tutto zanne e pungiglioni e spire asfissianti, ché solo quello si credeva di poter ottenere per sé, solo quello si pensava di poter meritare, sebbene si fosse ancora verdi e incorrotti e forse non del tutto insipidi, come s’era stati lungamente addestrati a stimarsi. E insieme al dolore che batte ritmico in testa e nello stomaco, sboccia un terrore mordace, fiore carnivoro che azzanna vecchie ferite, e sibila che non c’è più nulla da sperare, che non c’è altro da fare ormai oltre alla conta dei danni e che tutto ciò che non s’è avuto non lo si avrà, tutto ciò che non si è stati non lo si sarà mai. Allora a sprazzi si cede all’angoscia che non resti che questa solitudine salvifica, sì, e però spaventosa, perché in fondo ci si sta comodi e non sarebbe difficile lasciar distrattamente vincere pigrizia e viltà e trasformarla in abitudine tenace, sebbene sia decisamente troppo presto per risolversi a tanto.
E, come sempre, l’unico esorcismo a disposizione è scrivere pure di questo, cavandoselo dal petto prima che il veleno della rassegnazione, la più invalidante delle virtù, intossichi tutto. E dunque, come sempre, alla fine non restano che queste parole sparpagliate col desiderio d’esprimersi, o forse solo per fingersi – agli occhi del mondo così come ai propri – raro e variopinto colibrì, pur continuando a covare la paura ben nota d’essere, in realtà, nient’altro che quaglia comune e sgraziata.
Listening to:
Bending hectic – The Smile
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