Qual grazia, qual’amore, o qual destino
Mi darà penne in guisa di colomba;
Ch’i’ mi riposi, e levimi da terra?
A possedere dei libri periodicamente tocca di doverli spolverare e di tanto in tanto è necessario farlo in grande stile, rimuovendoli a uno a uno dal loro palchetto. Così può capitare che, mentre li si tira fuori dallo scaffale, la colla di un Post-it, esausta degli anni di onorato servizio, decida di mollare la presa e ci si ritrovi a raccogliere dal pavimento un foglietto giallo con una serie di appunti annotati minutamente, e che una parola risalti tra tutte: dissidio. E allora non serve nemmeno starci troppo a pensare: il volume a cui quegli appunti appartenevano lo si ritrova subito, perché c’è solo un nome che viene in mente all’istante in relazione a quella parola.
Terza E, liceo scientifico “Antonio Meucci”, anno scolastico 1999-2000: che tempi di smodata abbondanza erano quelli! Non s’era avuto nemmeno modo di riaversi dall’ubriacatura dantesca, che ci si trovava a tu per tu con Francesco Petrarca, un nuovo gigante. E, a dirla tutta, da subito la sensazione fu quella d’aver incontrato un’indole più affine alla mia rispetto a quella del prodigioso fiorentino. Perché Dante – ci mancherebbe! – lo avevo amato, però con cautela e deferenza e soggezione, come si amano le cose superbe, che dall’empireo della loro magnificenza sembrano inesorabilmente inchiodarti al tuo essere indegno e lillipuziano.
Non che non fosse vertiginoso pure l’aretino, o che fosse meno abile nell’affilare parole capaci d’infilzare la carne e l’anima; però era umano. E da umano sbagliava, tentennava, desiderava, era roso dal rimorso e dalla vergogna ed era incoerente e tormentato. Da umano si dibatteva nell’inquietudine per colpa di quel dissidio, appunto, che diceva dell’inconciliabilità delle aspirazioni che si coltivavano per sé con la realtà di quel che s’era capaci di essere, e dell’impossibilità di far prevalere una volta per tutte le proprie facce fulgide su quelle in ombra.
Chissà che fatica starsene sempre in mezzo, con da un lato i desideri mondani e dall’altro lo spirito a strattonare vigorosamente in direzioni opposte come le pariglie di cavalli di Magdeburgo! Però che poesia scaturiva da quella fatica! Un diamante purissimo formatosi sotto la pressione della pena fin troppo umana d’essere sempre in perdita, perché, che fosse l’uno o l’altro estremo a prevalere, s’era comunque condannati a rinunciare a qualche cosa e quindi alla frustrazione. E questa contraddizione incandescente, questo essere (o voler essere a turno) una cosa e pure il suo opposto e intimamente non sentire di coincidere a pieno né con una parte né con l’altra, era una condizione ben nota anche a me, seppure in modi infinitamente più prosaici. Del resto, io ero quella cresciuta con “Lady Oscar” e “Ken il guerriero”, quella che amava Barbie però odiava il rosa, quella che ascoltava il grunge ma anche la bossa nova, quella che aveva la scorza da “alternativa” per camuffare un nocciolo da irreprensibile secchiona, quella che s’immergeva in letture “controverse” e immancabilmente andava a messa la domenica e tutte le feste comandate. E fino dall’infanzia ero pure quella irresistibilmente attratta dalle cose “alte” e sublimi, ma che alla lunga si stancava (e tuttora mi stanco) a stare sulle punte e regolarmente doveva (e ancora oggi debbo) rifiatare con cose più triviali, tornando rasoterra, al mio livello di competenza.
In più, c’era che avevo sedici anni e a quell’età perfino io, notoriamente tarda in questo genere di cose, ormai non ero più immune ai tormenti del cuore; e conseguentemente, come si fa nell’adolescenza, avevo preso il gusto perverso di stuzzicare lungamente con la complicità di canzoni, poesie, film e romanzi gli sbreghi aperti da quelle passioni acerbe. Petrarca era assolutamente perfetto per rispondere a tale esigenza di deliziosa auto-sevizia. Infatti, sebbene avesse tentato per tutta la vita di raggiungere la fama scrivendo di cose (a suo avviso) più serie, per sorte beffarda esprimeva al meglio la propria eccezionalità nei versi d’amore, che a lui disgraziatamente parevano nient’altro che nugae. A me quei “frammenti di cose in volgare”, invece, sembravano assolutamente folgoranti: vividi, ribollenti, gravi, disperati, urgenti e istintivi, a dispetto della forma rigorosa ed elegante. E, soprattutto, profondamente terreni.
Niente a che vedere con Dante, il quale – se si eccettuano le rime “petrose”, che però sono poco più che meri virtuosismi stilistici in preparazione all’asprezza linguistica e al realismo dell’Inferno – aveva parole d’amore che non potevano fare a meno d’involarsi, da quant’erano senza peso. Nient’affatto inconsistenti, certo, e tuttavia sottili, rarefatte, celesti. Al fiorentino i versi di questo genere venivano fuori sempre come se fossero destinati alla declamazione da parte di un coro angelico: tersi, algidi e compìti, addirittura un poco “sterilizzati”, quasi – se mi si passa la blasfemia – lievemente “stitici”. Senza sangue, insomma. Perché non è un mistero che le vere passioni che gli pulsavano in petto, le sole autenticamente dispotiche e forsennate e capaci d’infiammargli la penna, fossero la politica e Firenze; tanto che perfino l’esercizio delle lettere, benché praticato con inarrivabile arte, non era altro che ulteriore strumento per alimentarle e dar loro sfogo. Ciascuno sceglie il proprio veleno, verrebbe da dire.
Di Petrarca m’era congeniale, inoltre, che avesse trovato in sant’Agostino un punto di riferimento, un autentico idolo a cui guardare con ammirazione e da prendere in tutto e per tutto come esempio, un nume tutelare a cui ricorrere per ricevere consiglio e consolazione, un’anima sorella con la quale avvertire un viscerale senso di consonanza e intessere un dialogo in grado di travalicare le costrizioni dello spaziotempo. Proprio com’era successo a me con quel poeta lusitano che cambiava nomi, personalità e stili con la facilità con cui noi comuni mortali ci si cambia d’abiti, che avevo scoperto da poco e che già mi sembrava non avesse mai scritto un solo verso che non fosse destinato a stanarmi, a squadrarmi, a riflettermi.
E, infine, non poteva non colpire il mio immaginario il fatto che l’aretino avesse affrontato il Gigante della Provenza, quel Mont Ventoux il cui nome a noi appassionati di ciclismo evoca subito ricordi d’imprese epiche e cotte altrettanto memorabili. E me lo figuravo lassù, giunto non poco trafelato sulla cima brulla e quasi lunare del Monte Calvo, a cercare la voce di Dio nel mugghiare del vento e poi trovarla, come sempre, tra le righe del vescovo d’Ippona. E trovarla pure dotata di una certa ironia! Ché dopo una tale avventura si avrebbe avuto pieno diritto di sentirsi un po’ tronfi, invece era un gran bello schiaffo aprire una pagina a caso e scoprirsi rimproverati proprio per quella scalata. E una gran prova di carattere il non restarne piccati. Pertanto mi convinsi che Petrarca, a differenza di Dante, oltre alla carne debole e a una certa tendenza all’idolatria, dovesse aver avuto pure il senso dell’umorismo.
Come resistere, dunque? Anche se avessi tentato di farlo, non mi sarebbe mai riuscito di evitare che fosse subito amore incontinente. Un tipo d’amore che al fiorentino sarebbe facilmente sembrato zotico e riprovevole, ma mi piace pensare che all’aretino sarebbe risultato gradito, sebbene, anche in questo caso, non senza qualche strascico di rimorso di coscienza.
Listening to:
Imagine a man – The Who
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