Il dono delle parole

Ogni linguaggio è un alfabeto di simboli il cui uso presuppone
un passato che gli interlocutori condividono; come trasmettere agli altri
l’infinito Aleph, che la mia timorosa memoria a stento abbraccia?

A regalarmi le parole d’inchiostro, e non più di sole onde sonore, sono state due donne. Due donne col mio stesso nome. Non una gran coincidenza, a essere onesti: il mio nome è tanto comune da poter passare quasi per un’antonomasia del femminile in diverse parti del mondo. Eppure, m’è parsa sempre una cosa significativa che il leggere e lo scrivere mi siano stati trasmessi come fossero un retaggio meritato per omonimia e che la prima cosa che io abbia voluto imparare a decifrare e tracciare siano state proprio quelle cinque lettere, due consonanti e tre vocali, raggruppate in tre sillabe per via (ma questo l’avrei scoperto solo più tardi) di uno iato.

Settembre 1988: il mio quinto “non compleanno”, ché per colpa di mio fratello (e della scaramanzia) m’è sempre toccato di rinunciare a festeggiare la data esatta della ricorrenza e così ogni volta aspettavo due giorni di troppo prima di poter spegnere le candeline. Tra i regali una penna rosa dall’inchiostro rosso, con in cima un orsetto e dentro porporina magenta fluttuante; un oggetto un po’ kitsch, come sono spesso le cose destinate ai bambini. La voglia di capire finalmente cosa ci facessero i grandi con quel genere di strumenti, visto che pareva ovvio non si trattasse di disegnare, e magari pure un poco d’invidia nei confronti di mio fratello, che di lì a qualche giorno avrebbe iniziato la prima elementare. Fu la nonna con pazienza a spiegare la relazione tra suoni e segni sulla carta, mentre io incalzante chiedevo sempre di più, fino alla domanda fondamentale: «Nonna, mi insegni il mio nome?»
E quello, appreso direttamente in corsivo, in bella grafia tonda e chiara (in seguito smarrita per sopraggiunta sciatteria), poi scritto ossessivamente per giorni e giorni su tutto ciò su cui si potesse farlo senza beccarsi una ramanzina.

Che strana ironia che uno dei miei ricordi più cari abbia come protagonista proprio una penna rosa e che la stessa, quando non era in uso, la si mettese “a riposo” in un portapenne di latta di Candy Candy, essendomi entrambe le cose – e il colore e il cartone animato – da sempre e tutt’ora sgradite…

L’infatuazione, tuttavia, fu di breve durata: nel giro di un paio di mesi a scrivere e leggere non ci pensai più nemmeno di sfuggita. Piovvero addosso così tanti avvenimenti! La penna rosa con la porporina restò a casa e io me ne andai a oltre mille chilometri di distanza. Conobbi la nebbia e la brina. Assaporai per la prima volta la nostalgia. Scoprii cosa fosse l’assenza e quanto pungesse. Imparai a sentirmi estranea e diversa, in alcuni casi perfino disprezzata. Sperimentai la solitudine. In tutto questo, le parole d’inchiostro smisero d’interessarmi e, se mi capitava di sfogliare i libri di scuola di mio fratello, era solo per guardare le illustrazioni.

Nel settembre ’89 s’era infine di nuovo a casa e stavolta toccava a me entrare alle elementari, con tanto di grembiule blu e fiocco bianco nuovi di zecca. Tuttavia, come m’è poi accaduto ancora con snervante frequenza nel corso degli studi (quasi che si trattasse d’una personale maledizione), si presentò subito un intoppo logistico. Nonostante si fosse nel pieno dell’era dei figli unici, infatti, capitò che proprio quell’anno il numero dei bambini eccedesse quello delle aule per contenerli. Pertanto, in attesa di trovare una soluzione migliore, si partì coi doppi turni e la mia classe – come stupirsene, vista la mia proverbiale “fortuna”! – fu sorteggiata per le ore pomeridiane.
E fu in un languido dopopranzo siciliano, caldo da sembrare ancora di piena estate, che conobbi una donna cinquantenne dagli occhi chiari e i capelli biondi, la piega inappuntabile fatta coi bigodini, uno chemisier turchese di lino e una bella collana di gocce d’ambra opaca. La mia maestra. L’unica per quell’anno scolastico, dato che la “rivoluzione” del modulo e delle tre insegnanti sarebbe partita quello successivo.
Grazie alla maestra, le parole da poter scrivere e leggere si moltiplicarono a dismisura in appena una manciata di mesi. Poco dopo s’iniziò a familiarizzare anche con le regole per poter mettere insieme nel modo corretto frasi che avessero un senso compiuto. E con l’esercizio quotidiano, prima delle vacanze estive s’era già passati dai pensierini striminziti a brevi componimenti su argomenti forse banali per un adulto, ma che per un bambino esaurivano tutto quanto si conoscesse.

Per merito della stessa maestra, l’avvio della seconda elementare portò con sé un incontro capitale. Tra gli articoli del corredo scolastico richiesto, infatti, aveva inserito pure un volume tracagnotto dall’aria preziosa e ammaliante, con copertina rigida blu scura e titolo scritto in corpacciute lettere gialle: Il piccolo Palazzi. Il mio primo dizionario. La prima cornucopia di parole dalla quale poter attingere autonomamente a piacimento per affinare via via i pensieri.
Quante ore passate a sfogliare con avidità quelle pagine! Così come a ricopiare le definizioni dei lemmi sulla rubrica, per poterle meglio ricordare, e a scoprire i sinonimi e con essi diversi modi per dire la stessa cosa, sebbene con connotazioni di volta in volta sottilmente differenti.
A un tale ritmo, non ci volle molto perché quel dizionario per bambini diventasse davvero troppo piccolo per la mia curiosità; perciò non ebbi rimorsi quando incominciai a tradirlo col più possente e verde olivastro Devoto-Oli del papà. Allorché anche quello smise di dare soddisfazione adeguata, presi a spulciare di nascosto la vera chicca della libreria di casa, quel Dir – Dizionario italiano ragionato, che è un’autentica prelibatezza per feticisti delle parole (e disgraziatamente è ormai fuori stampa da decenni). Divenni tanto ingorda che nel giro di appena un lustro, complice l’ingresso alle medie, l’italiano iniziò a sembrarmi addirittura angusto: mi servivano ulteriori parole. Per primo venne l’inglese e anni più tardi mi diedi al saccheggio entusiasta pure dello spagnolo. E nel frattempo arrivarono romanzi, drammi, saggi e poesie a fornire sempre nuovi spunti e nuove suggestioni, insegnando non solo termini fino ad allora sconosciuti, ma soprattutto modi impensabili di usarli e di combinarli tra loro.

A forza di letture e scorribande sui dizionari, quasi senza che me ne accorgessi, le parole diventarono una scelta di vita, se così si può dire. Per amor loro furono selezionati il corso di laurea triennale e poi quello specialistico e perfino l’occupazione; la quale non sarà l’optimum – visto che paga poco, costringe a sovraccaricarsi di commissioni e a scrivere di cose per le quali si ha un interesse pressoché nullo – però permette di starsene a battere sui tasti tutto il giorno e quindi, come si dice, è sempre meglio che lavorare.

Non sono, però, tutte rose e fiori in questo amore “matto e disperatissimo”, giacché col dono delle parole s’è presentato quasi subito anche il tarlo assillante di volerle piegare al proprio estro. Ed è a tal proposito che queste compagne e consolatrici, altrimenti affidabilissime e benevole, mi hanno sempre mostrato la loro natura anfibia venata d’irritante crudeltà. Decenni di corteggiamenti gentili non le hanno mai convinte a sorridermi davvero e se provo a circuirle, si ritraggono sdegnate. Mi sfuggono, diffidenti non si abbandonano a me, guardinghe si lasciano comporre ma non plasmare. Così tutto resta sempre una rimasticatura di cose d’altri, da loro scritte prima e meglio.
Eppure non sono un’adepta neghittosa: non passa giorno che non mi dedichi – e con zelo – al culto delle parole. Malgrado ciò, pare che le stimmate della grazia non possano essermi concesse; tutt’al più mi viene dato di scrivere di me e scrivere queste cose diaristiche, ingenuamente effusive, stantie, barocche, pachidermiche, prive d’interesse, che mi circoscrivono senza tuttavia acchiapparmi e figurarsi, dunque, se riuscirebbero mai a intercettare, fosse anche solo per banale casualità, qualcosa d’estrinseco, che possa dare a un anonimo lettore l’illusione d’aver trovato in esse messaggi per sé.

Forse sarebbe ora d’incassare la sconfitta, deporre la penna e arrendermi alla forma più pura di venerazione: accontentarmi di amare, accondiscendendo docilmente a un destino di mancata vicendevolezza. Ma, piuttosto che non consumarlo affatto e viverlo solo come casta devozione, quest’amore preferisco abbrancarlo come posso, grossolanamente e senza soddisfazione, ché altrimenti non sarei più neppure capace di guardarmi e dire: «Io».

Listening to:
It never entered my mind – Miles Davis Quintet

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