E noi, che pensiamo alla felicità
come ascesi, avremmo l’emozione,
che quasi sgomenta,
di una cosa felice cadendo.
Davvero arriva a suo piacimento quale condizione ottriata, non come cosa raggiunta e tantomeno conquistata. Per lei non si cammina su alcun fil di lama, perché non c’è sentiero che possa condurre a quel che è elargito come pioggia dal cielo. Ed ecco la disgrazia che ci assilla e irride la nostra volontà di potenza di uomini dell’era della scienza empirica trionfante, che s’illudono d’essere in grado di desacralizzare ogni cosa sottomettendola e semplificandola in formule e procedimenti universalmente validi e ripetibili ad libitum: non c’è modo di dominare un evento stocastico, d’imporgli d’incocciarci in un punto stabilito da noi. La felicità non si allestisce, non si ottiene e nemmeno si matura come un credito; che infine “il pianto nascosto fiorisca” è un fatto accidentale tanto quanto il suo contrario.
Se proprio non si può fare a meno di assumere una condotta attiva, la sola cosa realizzabile è sforzarsi d’essere sereni, ché la serenità è alla portata della nostra finitezza, essendo nient’altro che uno stato di sottrazione, in cui ci si spoglia del livore e si depone il rimpianto, affinché si possano smettere di ruminare la malasorte, ciò che non si ha, il dolore, i torti subiti…
La felicità, invece, è un’aggiunta che trascende risorse e volontà individuali: è un fulmine che si abbatte con premura di carezza e rischiara e avvolge e riscalda, un dono munifico e immeritato, un seme portato dal vento che germoglia inopinato. Non ammette ipoteche né prelazione, si può soltanto anelarla o tutt’al più tentare d’impetrarla, ma a nessuno è dato d’ingraziarsela. Ci capita e, cadendo ai nostri piedi, chiede d’essere accolta. Magari – chi lo sa? – quella che s’incontra non è neppure specificamente destinata a sé, ma semplicemente ci si trova nel posto giusto al momento propizio e solo in ragione di tale fortunata combinazione si ha facoltà di raccattarla, proprio come farebbe chiunque altro, se ne avesse l’occasione.
Questa indomita natura aleatoria, che fa la felicità infinitamente più bella e più preziosa, acuisce il tormento di non essere ammessi a scrutare a lungo raggio nel destino, per sincerarsi se si faccia parte o meno di quelli eletti a incespicare in essa, e inibisce la rassegnazione, autorizzando la speranza, senza tuttavia fornire appigli che possano giustificarla o fortificarla.
Quanta fiducia e quanta sopportazione richiede quest’ignorante attesa, che potrebbe benissimo risultare vana! Eppure, se ci si risolvesse a smettere di stare sempre all’erta, cosa resterebbe a rendere diversi dagli animali, che si arrabattano per accontentare esclusivamente l’inesorabilità dell’istinto e della forza maggiore? Cosa sopravvivrebbe di fervidamente umano?
Listening to:
There, there – Radiohead
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