Power, Corruption & Lies

Un cesto di rose in vari colori, una natura morta dall’aspetto antiquato. Un’immagine a prima vista incongruente rispetto al titolo si pavoneggia sulla copertina di un album che tanto odio e altrettanto amo. Come perdonarlo d’essere troppo pop, troppo “lieve”, troppo “arioso”, troppo melodico, troppo ballabile – insomma troppo anni ’80 – rispetto alla magnifica cupezza gelida, tesa, claustrofobica, disfattista e martellante dei tempi che furono? E, nonostante ciò, come non lasciarsi conquistare dal gioco di rincorse rapinose tra basso e synth, dalla sperimentazione selvaggia coi sequencer, dal pulsare irresistibile di una ritmica che comanda di battere i piedi?

Ciascun brano è un manifesto programmatico, che inaugura e incorona il sound che avrebbe caratterizzato la decade che relegò in soffitta le cavalcate del rock classico, le sinfonie prog, la “sgrammaticata” ruvidezza del punk. I pezzi non crescono e non si risolvono: si avvitano su loro stessi in loop ossessivi con piccole variazioni, costretti in un eterno “presente”. Anche questa, a ben guardare, è una testimonianza dell’edonismo disimpegnato di quegli anni.
Però i testi non sono affatto ingenui né banali, benché siano piani e asciutti; inoltre, una tale carrellata di urobori in musica mi suona gradita, poiché riesce a titillare la mia tendenza lievemente infantile, che trae piacere dalla ripetizione e che è all’origine pure della mia incurabile perversione di ascoltare lo stesso pezzo senza soluzione di continuità per ore, se non addirittura per giorni.

Forse in ragione del suo carattere così sfacciatamente ciclico, oppure per via dell’imprinting di quei tempi là (in effetti, io e l’album siamo proprio coetanei), alla fine non sono capace di non perdonare la “mutazione” che ha consacrato il “nuovo ordine” e, anzi, apprezzo ciò che ne è venuto fuori, sebbene in misura assai minore rispetto ai fasti precedenti.

E poi, in questa notte di dicembre in cui le ore sono nuovamente a una cifra da un po’, senza che sia ancora venuta voglia di andarsene a dormire, e si ha necessità di qualcosa che faccia compagnia evitando la tetraggine – ché di quella si è ormai satolli, avendone trangugiata più che a sufficienza negli anni – è un accompagnamento perfetto. Perfettamente adatto a celebrare il proposito, per la verità ancora in gestazione, di superare il compianto, uscire dall’ibernazione e impegnarsi in concreto a essere blandamente ottimisti. Certo, è pur sempre un ripiego, ma un ripiego onorevole, alla luce del fatto che non si è tornati – e chissà se mai ci si potrà tornare – al punto di poter mettere su Bob Marley, come si faceva un tempo quando prendeva il ghiribizzo di provare a evocare i bei sogni per propiziarsi un domani entusiasta e di buon umore.

Listening to:
Your silent face – New Order

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