La vita somiglia al peggior incubo di ogni appassionato di enigmistica: un cruciverba senza schema da fare direttamente con la penna; se si annerisce una casella sbagliata, almeno una parte della soluzione sarà compromessa e non più recuperabile. E nella vita non è dato neppure d’essere furbi e mettere semplicemente dei puntini per segnare quelle caselle che si pensa non siano destinate a ospitare alcuna lettera, così da poter eventualmente rivedere il proprio giudizio e correggerlo in un secondo momento.
Eppure, non è forse una delle più feroci bellezze dell’esistenza che ogni scelta e ogni atto compiuto sacrifichino tutte le altre possibilità? E non è in ragione di ciò a cui rinunciamo che il nostro agire acquista significato? Vivere è, in fin dei conti, accettare dei rischi e assumersi delle responsabilità, e questo vale pure se non s’è dotati d’indole temeraria, poiché perfino l’inerzia è una decisione e come tale comporta delle ripercussioni.
Sebbene a volte sia possibile tornare sui propri passi, le cose che possono essere disfatte non possono certamente essere cancellate e, per quante correzioni di rotta si possa tentare di compiere, almeno il tempo investito rimane in ogni caso irrecuperabile. L’arbitrio di cui siamo dotati ci dà un assaggio della demiurgica libertà degli dei, ma le sue conseguenze ci ancorano alla condizione umana, additandone crudelmente le deficienze: siamo precari, malaccorti e assolutamente non onnipotenti.
Tuttavia, ad avere il coraggio di rivendicare a viso aperto quale opera propria e i successi e i fallimenti, trattenendosi dall’attribuire a sé solo il bene e scaricare altrove – convincendosi per pusillanimità d’essere “vittime” incolpevoli – il male, si scopre che anche tra i cespugli di rovi si nascondono fiori. Pertanto, se si è permeabili agli ammaestramenti che si ricevono tanto nella gioia quanto – e soprattutto – nel dolore e nella frustrazione, può darsi che malgrado si anneriscano caselle sbagliate, in definitiva nulla risulti davvero scempiato. È indubbio che l’esito sarà differente da quello previsto, però non è detto che debba necessariamente essere peggiore.
Ché poi una vita esultante, traboccante di soli trionfi, chi la vorrebbe davvero?
Ancora una volta è un poeta (forse il più lucido e penetrante tra quelli del Novecento), ad aver indicato la via maestra: occorre lasciare che ci accada tutto, bellezza e terrore. Per essere “completi”, è necessario forgiarsi e irrobustirsi non solo nella fucina dello splendore, ma pure sotto le percosse del martello della disperazione. È questo l’unico modo per scoprire se stessi: testare la propria duttilità e la propria resistenza. E – perché no? – si potrebbe finire per sorprendersi d’essere meno gracili di quanto ci si aspettasse.
Risolvendosi a far fruttare la propria sofferenza e le proprie sconfitte mettendosi in discussione, non è da escludere – benché una valutazione obiettiva sia possibile solo a posteriori – che proprio gli errori e le loro lezioni possano portare a cose, sì, in larga misura estranee rispetto ai programmi originariamente architettati per sé, e ciononostante più giuste, più “nostre”, più floride, migliori.
Alla luce di questa speranza, l’anno che declina se ne va trascinando una coda di desiderio di provare a sperimentare se dalle ceneri dei miei errori esiziali si possa risorgere come araba fenice, smagliante creatura pennuta di fiamme. E io, sicuramente ridimensionata e – mi auguro – anche temprata dagli insegnamenti e dagli ammonimenti accumulati, a dispetto delle residue incrostazioni d’innata esitazione, sento sempre più rimbombare tra cuore e stomaco, come il rintocco di un battito irrequieto, una neonata e inedita audacia di voler finalmente cimentarmi nella sfida.
Listening to:
Get miles – Gomez
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