[…] al di fuori della colpa, lungo le strade di chi ha creato
senza nulla distruggere, la felicità fiorisce e germoglia
consentendo una più vasta ed intensa comprensione umana.
Un venerdì di dicembre, di primo pomeriggio, la TV accesa a fare da sottofondo intanto che si rigoverna la cucina dopo il pranzo. Da qualche giorno su Rai Tre è iniziato un programma in cui i conduttori e gli ospiti parlano coi giovani di sentimenti, a partire dallo spunto fornito da alcuni dei capolavori della letteratura mondiale. Le puntate precedenti erano state noiose, sovraccariche di semplificazioni e banalità, ma tutto sommato innocue; questa volta, però, è diverso. Il tema del giorno è il coraggio e, mentre si sfrega il piano cottura, si viene colpiti da un’affermazione contundente: «Il coraggio più difficile da avere è quello di mettersi in gioco, di cambiare, il coraggio di ammettere gli errori e i propri limiti, e il coraggio di fare ciò che si reputa giusto, ciò che si desidera e non quello che le convenzioni impongono, come Anna Karenina…»
E da lì in poi è tutto un ignorare assolutamente i contenuti morali di uno dei romanzi più densi e straordinari mai scritti, per magnificare l’audacia di una donna “eroica”, vittima dei tempi e delle loro costrizioni, che purtroppo paga a caro prezzo, fino a rimetterci la vita, le proprie scelte di libertà dettate dall’amore, perché – si lascia velatamente intendere – un finale più “giusto” era sfortunatamente impossibile, visto che s’era nell’ultimo quarto del XIX secolo e, di conseguenza, il “risveglio” dal pensiero oscurantista era di là da venire. E, ça va sans dire, con una nonchalance che sbigottisce per la vacuità e l’approssimazione che sottende, non si perde occasione di fare un parallelo coi casi contemporanei di cronaca nera; come se tradire un marito (perbene, non un aguzzino) e poi abbandonare questi e un figlio, per prendersi l’uomo dal quale la cognata del proprio fratello sperava così tanto di ricevere una proposta di matrimonio da ammalarsi quando ciò non accade, fosse anche solo lontanamente assimilabile all’allontanarsi da un partner abusante…
Dunque è così che vogliamo insegnare i sentimenti alle nuove generazioni? Trasmettendo il messaggio che il male fatto agli altri sia accettabile, se lo si fa per perseguire ciò che si crede sia il proprio bene? E che sia giusto farsi trascinare in maniera sconsiderata dalle proprie tempeste interiori, perché tanto gli unici a contare siamo noi stessi e quel che il nostro io reclama? Davvero il coraggio è prendere per sé quel che si vuole, senza darsi pensiero delle macerie che ci si lascia alle spalle?
Farsi travolgere dai propri desideri e restare avviluppati dalle loro spire, incuranti degli effetti che questo comporta e di chi debba pagarne il prezzo, non è, piuttosto, una manifestazione d’infantile egoismo, insensibilità e avventatezza? Sul serio basta che il motore di certe azioni sia la passione, perché le si possa considerare legittime e ci si possa ritenere assolti dalla colpa delle loro ricadute?
Se parliamo di coraggio e di personaggi letterari femminili, non è forse più impavida la Käte Bogner di Heinrich Böll, che ama con tenacia il suo Fred tornato spezzato dalla guerra e lo fa con dolcezza anche a distanza, come a lui serve che sia per non impazzire, e a dispetto dello squallore circostante e del peso e dell’amarezza d’essere stata lasciata a badare da sola ai figli? Non è forse un esempio migliore – e non solo per i giovani – chi per amore il proprio io lo mette da parte e fa pure quel che per sé è scomodo e perfino sgradevole e doloroso? Non è più audace chi tempra il proprio sentimento nella rinuncia, se essa è funzionale al bene dell’altro?
E non si tratta di glorificare l’immolarsi perversamente non avendo rispetto per la propria persona: lungi da me il mitizzare la tendenza al martirio, la codipendenza affettiva o i legami disfunzionali! A far la differenza è l’amore: se è autentico, allora il sacrificio non è masochismo, bensì dono nella sua accezione più pura e sostentamento per chi ne beneficia e per chi lo compie.
Certo, dal pensiero dominante la determinazione d’una moglie devota è considerata con disapprovazione, come una manifestazione della cultura del patriarcato, o con sufficienza, come una cosa démodé; una donna “forte”, che spezza le catene delle costrizioni sociali e dell’ipocrita diseguaglianza matrimoniale, appropriandosi della sua facoltà di autodeterminazione e prendendosi da sé la parità che le è negata, invece, è assai più affine alla temperie del momento. Però, prima di proporre certi accostamenti, sarebbe onesto tener conto del fatto che occorra distorcere largamente le intenzioni dell’autore e il significato stesso dell’opera per fare di Anna un’eroina.
La Karenina è indubbiamente un personaggio grandioso, tuttavia, se si vuole rispettare quel che è uscito dalla penna di Tolstoj, che pure non le ha negato attenuanti e compassione, rimane sostanzialmente un personaggio “negativo”. Non ci sono molte possibilità d’interpretazione: l’eroe del romanzo è Lèvin e l’amore esemplare è quello tra lui e Kitty. Evidentemente, però, quelli de “La biblioteca dei sentimenti” sono fiduciosi di saperla più lunga di colui che il libro l’ha scritto.
Questioni ermeneutiche a parte, il punto di vista morale della trasmissione non è un caso isolato e riflette quella che ormai è la tendenza generale, tanto che la china che stiamo prendendo inizia a sembrare davvero pericolosa. Tutta questa esaltazione dell’egoismo, presentandolo sotto le mentite spoglie della libertà, è più che immorale: è nociva.
Il fatto è che gli altri esistono e non sono mere comparse con l’unica funzione di aggiungere un poco di varietà alle scene del film della nostra vita, o semplici strumenti dei quali servirci secondo l’utilità del momento. Per quanto si cerchi accanitamente di convincerci del contrario, erodendo le comunità e puntando all’isolamento dei singoli, l’uomo – oggi come ai tempi di Aristotele – è un animale sociale e come pensiamo di garantire il soddisfacimento del bisogno di socialità se, al posto del senso di responsabilità nei confronti degli altri, instilliamo negli individui l’idea che ciascuno abbia come riferimento nient’altro che il proprio io e debba seguire esclusivamente – e in modo del tutto dissennato – i propri appetiti?
Listening to:
Shadowplay – Joy Division
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