[…] l’essenza dell’amore non è in ciò che è condiviso, è nel costringere
l’altro a diventare qualcosa, a diventare infinitamente
tanto, a diventare il massimo che gli consentono le forze.

A volte leggi parole che smascherano crudelmente le tue illusioni più tenaci, quelle che hai edificato negli anni con zelo e dovizia di particolari, affinché non ti opprimessero, fino a impedirti di vivere, né il senso d’ingiustizia né la disperata nostalgia di quel che non conosci. E tu, che hai sempre creduto ai poeti quasi che fossero estensori del Verbo, non puoi certamente ignorare la scudisciata che ti è schioccata tra le spalle come una barbara sveglia.

La verità è nello spasmo che t’incorda le viscere: non sai cosa sia l’amore “buono”, quello che nutre, incoraggia e fa sbocciare; ché intimamente non hai dubbi d’essere avvezza a nient’altro che sbarre e guinzagli e amputazioni spacciate per potature che t’avrebbero resa più forte e più bella. Tu, quale cespuglio indifeso, ti sei prestata obbediente alle cesoie, sperando che prima o poi sarebbe stato abbastanza quel che era stato sfrondato e che l’opera ultimata sarebbe stata guardata con soddisfazione, se non addirittura con orgoglio. Confidavi che un giorno, a forza di dare tutto quel che le avide lame chiedevano, ti sarebbe stato finalmente perdonato d’essere arrivata assolutamente inattesa e un poco importuna, e d’essere quella che sei.
Per andare avanti, hai imparato a dare alle briciole il nome di pane e il dannato languore che non voleva saperne di placarsi l’hai battezzato un semplice scherzo della tua fantasia. Così, quando t’hanno ammannito altre molliche, stavolta per giunta su un vassoio appariscente, a te è parso un banchetto sardanapalesco e ti ci sei buttata a capofitto. E sono arrivate altre lame fameliche, altri divieti e altre catene, perché ancora una volta eri troppo e insieme troppo poco.

Annaffiata da nuove lacrime, hai scoperto che, a meno d’imporselo, non esiste limite a quel che si può sacrificare, sebbene avresti potuto giurare non ci fosse più alcunché che non avessi già immolato su altari altrui. Finché un giorno ti sei sentita tanto scarna che, se t’avessero reciso anche solo un millimetro di più, saresti avvizzita del tutto dalla sera alla mattina. E allora ti sei sottratta all’ennesimo taglio, ma tuttora non hai imparato a darti il concime e piantarti sostegni per sopportare il vento, né ti sei davvero convinta che pure tu potresti fiorire.

Nel frattempo è trascorsa la primavera e ormai non è più tempo d’aspettare i cambi di calendari per dare seguito ai buoni propositi. Per iniziare, purché lo si voglia, un giorno vale l’altro.

Listening to:
All flowers in time bend towards the sun – Jeff Buckley & Elizabeth Fraser

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