À rebours

New York 2008

Ascolteremo nella calma stanca
la musica remota
della nostra tremenda giovinezza
che in un giorno lontano
si curvò su se stessa
e sorrideva come inebriata
dalla troppa dolcezza e dal tremore.
Sarà come ascoltare in una strada
nella divinità della sera
quelle note che salgono slegate
lente come il crepuscolo
dal cuore di una casa solitaria.
Battiti della vita,
spunti senz’armonia,
ma che nell’ansia tesa del tuo amore
ci crearono, o anima,
le tempeste di tutte le armonie.
Ché da tutte le cose
siamo sempre fuggiti
irrequieti e insaziati
sempre portando nel cuore
l’amore disperato
verso tutte le cose.

Al cinema il primo dell’anno: non capitava da una vita. Più o meno da quando hanno chiuso la mia sala del cuore, quella nella quale sono cresciuta, andando religiosamente ogni sabato pomeriggio a “dissipare” – avendo, però, cura di tenere da parte quel tanto che bastava per un paio di tranci di focaccia dal fornaio – la mia magra paghetta settimanale. Non importava quale fosse il film in proiezione, perché come richiamo bastava il piacere di sedermi nelle poltroncine rosse un poco scomode e venire ipnotizzata da uno di quegli schermi panoramici, che oggi – nella triste epoca dei multisala nei centri commerciali, in cui pure il cinema è una merce da infiocchettare e vendere seguendo le logiche della massimizzazione del profitto, e perciò tutto (perfino i film d’essai) puzza di popcorn al burro da ruminare a secchiate – non si usano più.

Mentre tutta la cittadinanza comprensibilmente sciamava a vedere la commedia girata proprio nel nostro territorio la scorsa estate, un’amica in cerca di un’altra bastian contrario che le facesse compagnia mi ha invitata a vedere l’ultimo, bellissimo, film d’animazione di Hayao Miyazaki. E così il 2024 nuovo di zecca s’è subito presentato con una sorpresa: chi se lo aspettava – non avendo avuto modo di leggere nulla in anticipo – che si trattasse di un racconto sull’elaborazione del lutto! E mai sorpresa ha dato maggiormente l’impressione d’essere una stentorea coincidenza. Con una punta di megalomania si potrebbe considerarla addirittura una sincronicità, visto che negli ultimi mesi mi sono data espressamente l’imperativo di digerire finalmente il mio dolore e quest’anno, una volta per tutte, iniziare davvero a pensare al tempo successivo, e che da alcuni giorni, proprio nell’ottica di scuotermi di dosso l’indolenza rammaricata che da troppo mi pietrifica, mi sto impegnando attivamente a compiere l’esercizio che da sempre per me rappresenta il solo modo di ripartire: ricostruire il percorso all’indietro, riconnettendo i puntini come in una pista cifrata alla rovescia, per capire dove e perché s’è imboccata la strada sbagliata, affinché la sofferenza insegni qualcosa e non ci si avventuri nel futuro sfidando ciecamente la sorte.

Per Mahito, il giovane protagonista del film, il tempo del lutto è un luogo estraneo e misterioso, un altrove di sospensione, in cui prima rifiutare combattivamente e poi affrontare e infine sottomettersi con coraggio all’ineluttabilità del destino, avvalendosi dell’apporto di forze e figure alleate e antagoniste, scoprendo che queste ultime, una volta accettata la realtà, non sono terribili e imponenti come s’era creduto in un primo tempo e non sono neppure tutte nemiche.
Che allegoria elegante, densa e acuta! Ché il cuore del dolore è proprio così: un esilio sgradito e in larga misura spaventoso, nel quale ci si sente separati dal mondo, che nonostante tutto va avanti, e da se stessi, non riconoscendosi più e non riuscendo a intravedere la possibilità di ritrovarsi. Ma poi ci si stanca – o, per lo meno, sarebbe auspicabile che ci si stancasse – di starsene passivi a osservare l’orrore del suppurare delle proprie piaghe e si sente il bisogno di scuotersi in qualche modo.

Le soluzioni efficaci per me sono sempre state camminare senza meta in solitudine, attenta a lasciarmi investire dalla bellezza accidentale che ci è costantemente attorno, e poi scrivere, per fluidificare i pensieri raggrumati. E infine passare in rassegna i cimeli accumulati negli anni: tutte cose per lo più prive di qualsivoglia valore economico, ma gravide di ricordi e significati sentimentali, da usare come pietre miliari mentre si compie il viaggio a ritroso nella memoria per capire esattamente in che punto ci si è perduti.

Rovistando negli scatoloni, tra una camicia comprata un quarto di secolo fa – che miracolosamente calza ancora a pennello! – e lo zaino arancione delle superiori con dentro il walkman e le cassette che facevano da colonna sonora lungo il tragitto da casa a scuola, viene fuori un quintale di carte: quaderni, diari, agendine e blocchi per appunti vergati con accanimento e solerzia negli ultimi trent’anni, annotando pensieri, sogni, progetti, fatti realmente accaduti e situazioni ipotetiche, poesie imbarazzanti per ingenuità e bozze di racconti scipiti. E si ritrova un hard disk pieno di fotografie, tra le quali ci sono pure quelle del viaggio negli Stati Uniti dell’agosto 2008 per partecipare, con la sensazione schiacciante d’essere rimasta indietro nella vita, al matrimonio di quel fratello maggiore di appena trecentosessantatré giorni, col quale sono cresciuta gomito a gomito, quasi che fossimo gemelli.

Nel mucchio di scatti sbagliati e banali realizzati da me, c’è una cartella di immagini la cui paternità appartiene a lui e tra esse ce n’è una che mi ritrae inguainata nel colore squillante di quella che all’epoca era la mia maglietta preferita, a sfidare il grigiore di un pomeriggio di pioviggine sul ponte di Brooklyn, con una minuscola Statua della Libertà sullo sfondo, mentre guardo da un’altra parte. Una foto un po’ sgranata e impercettibilmente mossa, perché “rubata”, come sono quasi tutte quelle in cui appaio da adulta, giacché – se mi è data la scelta – all’obiettivo preferisco sottrarmi, avvertendo davanti all’occhio vitreo della macchina fotografica lo stesso agio che s’avrebbe al cospetto di un plotone d’esecuzione. Eppure, negli scatti presi a tradimento – nonostante la proverbiale insicurezza, che mi dà l’impressione che ogni mio difetto sia lampante e che sempre m’ha incitata a nascondermi – può capitare che mi piaccia. E anche in questo mi vedo gradevole, anzi, quasi bella, a dispetto degli occhi stretti che guardavano chissà cosa e dei capelli increspati dall’impietosa umidità.

Duole osservarsi così, scoprirsi carina e pensare che in quel momento mi trovavo, senza che potessi saperlo, appena a un passo da quel pendio precipitoso che mi ha sprofondata dove sono adesso. Se solo allora avessi avuto la saggezza di vedermi com’ero realmente, piuttosto che, come d’abitudine, lasciarmi vincere dalla vergogna, da tutte le paure e dai sensi di colpa inculcati nel corso di un’annosa guerra altrui, che aveva eletto me – e specialmente il mio corpo – quale campo di battaglia, forse nulla di quello che è stato dopo sarebbe successo. Forse non sarei caduta nella tela di chi incantava con parole, che all’apparenza raccontavano di quell’accoglienza che avevo spasmodicamente anelata e dentro nascondevano pillole velenose di ulteriore denigrazione. Forse avrei capito che, se finalmente non mi sentivo a disagio, era solo da imputare al fatto che certi modi m’erano familiari, poiché le promesse vuote e i complimenti a doppio taglio e le aggressioni passive e i paragoni insensati e ingenerosi erano il mio pane quotidiano. E magari sarei stata in grado di comprendere che, no, a nessuno spettava un’aureola né gratitudine e non mi si stava facendo un pietoso favore, perché non ero affatto una cosa indesiderabile raccattata da un cuore magnanimo, come m’è stato addirittura detto apertis verbis. E se solo prima, piuttosto che starmene sempre a occhi bassi, avessi saputo raccogliere altri sguardi, invece di sfuggire guizzando come un’anguilla, immaginandomi costantemente non all’altezza e temendo il momento nel quale ciò sarebbe fatalmente emerso con lapalissiana chiarezza…

Tuttavia, non ha alcun senso speculare su i “se” e neppure recriminare. Dal momento in cui sono uscita dall’infanzia e da quello stato di minorità, per dirla alla Kant, che essa fisiologicamente comporta e che ci rende indifesi e incolpevoli, non m’è stato fatto nulla più di quel che ho consentito mi si facesse. È da questa consapevolezza fastidiosa che occorre ripartire, allenandosi ad accettare che le critiche altrui vadano sicuramente vagliate, ma che non debbano per forza essere assorbite e fatte proprie, che non sia necessario mettersi costantemente in dubbio e sentirsi immancabilmente in difetto; e che si sia liberi perfino di rifiutarle, quando suonano malevole o non le si reputa veritiere. E imparando a darsi da sé quella compassione e quell’accettazione che si sono rincorse invano, rifuggendo dal compiacersi dei propri limiti così come dal detestarsi in ragione di essi, per riscattare finalmente quella ragazza graziosa, che si credeva terribile e a causa di ciò immaginava non ci fossero per lei altre vie all’infuori della mortificazione perenne o della fuga preventiva.

Listening to:
The hiding place – Jessica Bailiff

Lascia un commento