Stemperati nell’infinito

Wonderful music like this was the worst hurt there
could be. The whole world was the symphony, and
there was not enough of her to listen.

Avere l’impressione che non esista più alcun diaframma tra sé e il tutto e di non essere altro, se non qualcosa d’indistinto dissolto nell’immensità del cosmo. Percepire il senso luminoso dell’infinito e dell’eterno e avvertire, con beatitudine pari a quella d’un feto immerso nell’agio amniotico del grembo, la sensazione squisita e disorientante di esserne organicamente parte. Romain Roland lo battezzò “sentimento oceanico”, ed è sufficiente provarlo una tantum per essere sicuri che la vita ha senso e che, malgrado tutte le sue complicazioni, è magnifica.

Povero Cartesio! Evidentemente, come Freud, non amava la musica, altrimenti non gli sarebbe mai venuto in mente d’affermare il dualismo inconciliabile tra res cogitans e res extensa, giacché quest’arte – anzi, questa teurgia – offre una fin troppo facile confutazione della separazione tra pensiero e materia, involontariamente avvalorando la tesi “rivale” di Spinoza.
Deus sive natura, la sostanza infinita, che si manifesta in modi diversi e ha diversi attributi, ma che rimane pur sempre un’unità che è al contempo causa ed effetto del mondo: chiunque ascolti davvero la musica, ricorrendovi non solo quale antidoto al silenzio, ha familiarità esperienziale con quest’ebbrezza panteistica e perciò non può rigettare con sprezzatura il monismo. Infatti, sebbene si possa legittimamente essere perplessi rispetto all’idea di un principio generatore tanto proteiforme da essere al tempo stesso origine e manifestazione di tutto il creato, o rifiutare per intero l’ipotesi dell’esistenza d’un qualsiasi artefice dell’Universo, come può non lasciare aperta almeno un’esile crepa nel proprio scetticismo chiunque abbia ascoltato, per esempio, l’ariosa e dinamica Ouverture del Flauto magico di Mozart, che dà il senso preciso del formicolare della vita animale e vegetale nella foresta, al punto che, mentre si ascolta, pure il pulsare del cuore diventa frusciare di foglie e battito d’ali, e il sangue che scorre nelle vene pare trasformato nella corsa agile e fulminea degli scoiattoli sui rami, e tutto ronza e cinguetta insieme agli archi e ai fiati?

A dar credito ad alcune tradizioni filosofico-esoteriche remote, il cosmo stesso risuonerebbe della “musica delle sfere”, un’armonia infallibile generata dal movimento dei corpi celesti, gemella dell’altro principio – apparentemente tanto spicciolo e sistematizzabile, e ciononostante profondamente mistico ed elusivo – regolatore del tutto: i numeri. E, certo, è innegabile che la musica sia apparentata con la matematica, e non solo perché l’altezza dei suoni si misura in intervalli identificati appunto da numeri, oppure perché il pentagramma è assai simile a un piano cartesiano, in cui ad ascisse e ordinate corrispondono righe e battute.

Forse Dio è davvero nient’altro che musica e numeri, dunque poesia e illimitata molteplicità; e quando la percezione della nostra individualità si diluisce nel flusso delle note, riconoscendo tra sé e questa corrente un’impeccabile omogeneità, ci viene concesso il privilegio d’avere un’intuizione di quella Melodia che non può essere definita, esattamente come a Emily Dickinson era dato di ricavare dal pino davanti alla propria finestra una prefazione dell’incontro col mistero da cui sgorga la “Regale Infinità” di cui tutti siamo membri.

Listening to:
21st century schizoid man – King Crimson

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