Nessuno può gettare sopra il fiume della vita il ponte sul
quale tu devi passare, nessun altro che tu sola. Certo vi
sono innumerevoli sentieri e ponti e semidei che vorrebbero
farti attraversare il fiume; ma solo a prezzo di te stessa;
ti daresti in pegno e ti perderesti. Al mondo vi è un’unica via
che nessuno oltre a te può fare: dove porta? Non domandare,
seguila. Ci fu chi disse: «Un uomo non si eleva mai tanto in
alto come quando non sa dove la sua via può ancora portarlo.»
Forse è davvero giunto il tempo d’instradarsi sul cammino dell’individuazione, nel senso junghiano del termine. Del resto, gli anni compiuti da pochi mesi sono quelli più appropriati per le crisi di mezza età. Quaranta, specialmente per una donna, è un numero che intimidisce, perché porta con sé la sensazione strisciante d’essere diventati da un giorno all’altro un “passato prossimo” ambulante, che, pure se prova tuttora a stirarsi verso il futuro, è costretto ad ammettere che quest’ultimo s’è fatto molto più angusto.
E non è questione dell’assottigliarsi degli anni che rimangono da vivere, ché quanti se ne abbia davanti nessuno può saperlo in anticipo e, se si è fortunati, potrebbero essere pure altrettanti o più di quelli già trascorsi. Il problema è che si è stati giovani, con tutte le acerbità e le incompiutezze e anche le abbondanti potenzialità che questo implica, e quel momento è già passato; però non si è ancora anziani ed è, pertanto, sconosciuta quella – per dirla con l’imperatore Adriano della Yourcenar – “atroce assenza di desideri” che anestetizza la vecchiezza e (forse) la rende tollerabile. Dunque si è, o si dovrebbe essere, qualcosa di meno avventizio e maggiormente appagato rispetto a quel che si è stati nella stagione ubertosa del possibile e dei tentativi, e nonostante ciò si continua a essere creature desideranti. Anzi, a meno d’aver abbracciato una rassegnata senilità prematura, probabilmente lo si è con maggior urgenza che mai, poiché le cose che non si sono riuscite a conquistare (o a trattenere) sono divenute i costanti convitati di pietra delle proprie giornate e incoraggiano una disperata corsa contro il tempo, per ghermirle finché ancora si può.
Inoltre, sebbene non sussistano più vincoli d’obbedienza a figure genitoriali, a onta dell’apparente autonomia conquistata, permangono le sovrastrutture che la famiglia ha inculcato, nonché gli obblighi morali e certe aspettative, le quali – sia che siano state realizzate sia che siano state tradite – diventano, se è possibile, perfino più opprimenti da sopportare, vista la scarsa possibilità ormai di compierle come pure di respingerle.
Alla luce di tutto, non è strano che ci si possa sentire sopraffatti e disorientati e magari smaniosi di rivoluzioni. Tra i marosi della difficile navigazione nella maturità – quest’età amorfa, che non è un grembo di promesse e neppure un sudario di verdetti inappellabili – occorrerebbe impostare una rotta per intraprendere il proprio viaggio, quello che svia dalle ben note tappe convenzionalmente fissate e che nessun altro può compiere. Un itinerario finalizzato a scoprire chi si è realmente, al di là dei propri trascorsi e dei ruoli che si sono rivestiti negli anni. Al di là, insomma, della personalità che si è “acquisita” mediante l’educazione e la socialità. E bisognerebbe dare significato alla vita, un vero significato, che sia autenticamente proprio, prima che la vecchiaia irrompa e condanni al rimpianto di un’esistenza trascorsa col pilota automatico, a rincorrere traguardi fissati da altri e a venerare “divinità” avite. Banalmente, se non ci si è riusciti prima, si dovrebbe scoprire la propria “vocazione” e rispondere finalmente alla chiamata, o per lo meno provarci, per raggiungere la soddisfazione d’aver adempiuto il mandato specifico per il quale si è venuti al mondo e non rischiare di lasciare sotterrato e infruttuoso il proprio “talento”, al pari del servo malvagio e fannullone del Vangelo secondo Matteo, per poi ritrovarsi atterriti come Ivan Il’ič sul letto di morte, a chiedersi perché la vita sia tanto assurda e schifosa, che ragione ci sia in tutto il suo orrore e perché, infine, si debba morire e addirittura morire soffrendo.
Il difficile è che solo per pochi le chiamate sono eclatanti e inequivocabili come quella di Saulo sulla via di Damasco: nella maggior parte dei casi non sono che sussurri sommessi, soffocati dal frastuono della quotidianità. Allora, se non si vuole farsi sfuggire l’occasione di addentrarsi nel proprio mistero, ci si deve impegnare a indagare se stessi, fino a stanare quella voce che altrimenti rischierebbe di rimanere inascoltata. Ma esaminarsi senza il conforto delle illusioni e della narrativa che ci si è cuciti addosso è un procedimento oltremodo sgradevole, che mina le fondamenta di quella che si presumeva fosse la propria identità e pone il proprio vissuto sotto una luce del tutto nuova. Per diventare davvero se stessi, infatti, si deve copiare Michelangelo e rimuovere dalla materia visibile le parti superflue – alle quali, però, nel frattempo s’è fatta l’abitudine – al fine di liberare la forma che vi è intrappolata. Un lavoro titanico, che richiede fatica e fervida immaginazione, con la speranza d’avere coraggio e tenacia sufficienti per eseguirlo fino in fondo e non dirottare, per pigrizia o per timore, su rimedi palliativi dozzinali, capaci magari di placare un poco l’inquietudine e tuttavia assolutamente sterili in termini di conoscenza di sé e ricerca di senso.
E quindi, seppure un poco tremebonda, sono risoluta ad accingermi a sbozzare.
Listening to:
Friend of a friend – The Smile
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