Nella prima infanzia credevo che mia nonna paterna fosse una maga, che per realizzare i propri prodigi si serviva di una serie di cartoni a soffietto e di un armadietto di metallo. Alla fine del rituale – il quale era piuttosto lungo e articolato – la levigatezza scorrevole della seta si trasformava in una superficie frastagliata con regolarità metronomica.
All’interno di quel ripostiglio lungo e stretto, che pareva quasi un corridoio malamente illuminato da una piccola finestra posta in fondo, e che, tra una caterva di cose eterogenee e non di rado inequivocabilmente inutili – ché la nonna non buttava via nulla, con l’idea che tutto potesse tornare buono in futuro per qualcosa – ospitava pure il famoso armadietto metallico, in verità, non si compiva alcun sortilegio: semplicemente, oltre a essere una sarta, mia nonna era una plissettatrice e l’armadietto che tanto mi affascinava non era altro che un forno per la cottura a vapore del tessuto, in modo che col calore si fissasse la pieghettatura.
Non era una maga, dunque, ma un’artigiana molto esperta. E scrupolosa. Tanto scrupolosa che, pure quando confezionava qualcosa per sé riutilizzando la stoffa di vecchi capi ormai dismessi dai figli, nonostante si trattasse di abiti destinati a essere indossati esclusivamente in casa, non mancava mai di realizzare anche la fodera completa e di rifinire le cuciture interne con lo sbieco. Perché per lei ogni cosa andava fatta con uguale serietà e precisione, dai lavori per i clienti alle presine da battaglia per la cucina.
Mi capita, a volte, di chiedermi se non si sentisse mai paralizzata dal proprio inflessibile perfezionismo, il quale, a onor del vero, s’estendeva ben oltre i confini del mestiere. Quel puntiglio, che m’è stato trasmesso insieme al nome e in gran parte pure all’aspetto, è una maledizione che divora il mio tempo e mi condanna a struggermi nell’insicurezza e nell’ansia, rendendomi assai più greve del necessario la vita. Non è una questione di pedanteria: certo, la sciatteria deliberata e contenta mi disturba, ma l’approssimazione altrui, quand’è involontaria o dettata da necessità, non m’indispone affatto; sono solo le mie, le imprecisioni che mi sembrano inaccettabili e imbarazzanti e che troppo spesso addirittura m’inibiscono.
Essere meticolosi e mai del tutto soddisfatti di sé è probabilmente un pregio, e può darsi che debba ringraziare d’averlo ereditato, perché l’assillo del mancato appagamento spinge a impegnarsi ogni volta con rinnovato zelo e, impedendo di prendere alcunché sottogamba, giocoforza conduce al miglioramento. Però, come si fa a non disprezzarsi nel frattempo? A non scoraggiarsi per via dei propri limiti? A concedersi la pazienza che si dovrebbe mostrare all’apprendista?
E ci sarà mai un momento nel quale si arriverà a potersi compiacere almeno in parte della propria perizia? A poter guardare una cosa fatta sentendo l’orgoglio d’aver fatto bene? A non immaginarsi sempre ad arrancare dietro a un ideale costantemente sfuggente? A rasserenarsi pensando d’essere all’altezza, se non proprio di tutto, per lo meno di qualcosa?
Peccato non aver fatto in tempo a porle a mia nonna queste domande ed essermi così ritrovata a portare il testimone del retaggio familiare come se fosse un mastodontico e soffocante giogo…
Listening to:
Our trinitone blast – Stereolab
Lascia un commento