Soprappensiero

[…] denk nicht, sondern schau!

Non sono abbastanza ferrata per leggere Wittgenstein e comprenderlo pienamente, pertanto, se dovessi dare retta al famoso explicit del suo Tractatus Logico-Philosophicus, dovrei astenermi dal tirarlo in ballo; tuttavia, avendo frequentato un percorso universitario dell’area linguistica, è stato inevitabile entrare in contatto – seppure in modo decisamente superficiale – col pensiero del filosofo austriaco, e spero non me ne voglia, se questa volta l’esergo del post l’ho rubato alle sue Ricerche filosofiche.

Osservare e basta, invece di pensare: è un’esortazione davvero saggia, ma come si fa a seguirla? Ben inteso, non ho dubbi che a molti riesca alla perfezione; io, però, non sono mai stata particolarmente brillante nella contemplazione impassibile e neutrale, e men che meno sono capace di governare l’indefesso lavorio mentale che m’ammorba la vita. Solo ascoltando la musica mi pare di trovare un poco di requie, ché ogni altro rimedio è malauguratamente vano.

Con gli anni sono giunta alla conclusione che sia un problema di disconnessione tra mente e corpo: un’educazione tutta improntata all’esaltazione della trascendenza e della rarefazione dei bisogni concreti, a vantaggio di valori astratti e traguardi oltremondani, fa di questi danni. M’hanno tirata su inculcandomi il culto di un’irrealistica purezza, tanto nelle azioni quanto nei pensieri, e l’idea che il mucchio di carne che ci portiamo appresso non sia che un volgare impaccio, necessario ma fortunatamente transitorio. Pura esteriorità, vacua e infida, perché tentatrice. Niente più che un “groviglio mortale” da disprezzare, del quale provare vergogna e di cui temere gli istinti e, perciò, da dominare costantemente con pugno di ferro, finché non ci sia fatta la grazia di potercene finalmente sbarazzare.
Se, da un lato, non mi è spiaciuto affatto d’essere stata allevata in un contesto di frugalità intenzionale e d’aver in questo modo appreso un certo distacco dai desideri materiali, la morigeratezza nei consumi (specie quelli voluttuari), e il biasimo nei confronti degli sprechi, che oggi mi consentono di vivere serena e libera dalla necessità del possesso del superfluo e dall’assillo dell’accaparramento di qualsivoglia status symbol; tutt’altra cosa è stata l’autentica mutilazione che m’è stata inflitta per quanto riguarda il rapporto col corpo.
Il regime di paralizzante senso di colpa preventivo in cui ho patito, più che vissuto, l’adolescenza e la prima giovinezza è stato il frutto d’un insensata, anacronistica e – ahimè! – calcolata crudeltà. La quale, peraltro, mi era riservata in esclusiva, essendo io considerata l’unica tenuta al rispetto di certe ingiunzioni e a vivere in un’ascesi da monaco stilita; per cui non c’era neppure con chi condividere il fardello, di modo che ci si potesse confortare a vicenda e sentirlo meno gravoso.

È stata tanta la riprovazione cautelare somministratami che, quando è arrivata l’età “pericolosa” nella quale avrei potuto contravvenire ai diktat morali, come per i cani dell’esperimento di Seligman e Maier, ormai l’impotenza appresa era talmente ben radicata da non rendere neppure più necessario tenermi d’occhio. Si poteva star tranquilli, la missione era compiuta: alla lunga, ero diventata io il secondino di me stessa e scoraggiavo autonomamente ogni possibile inadempienza, ancorché infinitesimale. E lo facevo, appunto, con una rassegnazione e un’autolesionistica diligenza che oggi mi ripugnano. Lo facevo come se sentissi sempre incombere uno sguardo di disapprovazione e una voce interiore altrui, che mi subissava di contumelie ogni qual volta immaginavo di poter essere “normale”. Ché io non avrei – in tutta onestà – voluto niente di più, non avendo per natura un’indole trasgressiva, né avendo mai desiderato di non essere una ragazza “perbene”.
Dopodiché, improvvisamente mi sono trovata come un agnello in mezzo ai lupi, costretta a “giocare” nel mondo degli adulti con l’handicap di un’ingenuità, un’inesperienza e un’innocenza ancora tutte infantili: la ricetta perfetta per un disastro. Quel che poi è puntualmente avvenuto. Del resto, come immaginare una “preda” più ideale?

E pure adesso, nonostante tutto, benché abbia esplorato, analizzato lungamente ed elaborato le ferite e le fragilità procuratemi dal tipo d’indottrinamento ricevuto, e quantunque ormai abbia un “passato” e una “qualifica” ingombrante – e per me fonte di grande imbarazzo – con la quale presentarmi, e malgrado a volte, a motivo di questo, mi senta vent’anni più vecchia rispetto ai miei coetanei, rimango in larga parte la ragazzina candida e sprovveduta d’un tempo e, perciò, sono ancora più vulnerabile. E allora come si fa a smettere di pensare, se la vita reclama di essere onorata, perché sarebbe scellerato tirarsi già in disparte a quest’età, avvizzendo in solitudine, però non si può fare conto pienamente sulla propria capacità di giudizio, non essendo sufficientemente smaliziata? Come si può pretendere che non si provi un’autentica paura, quando l’anima è già tutta un arlecchino di pezze e rammendi?
Servirebbe d’incontrare la grazia d’un poco di gentilezza, però che stavolta fosse genuina; oppure di riuscire a mettere finalmente su almeno un velo di scorza. O forse, davvero, soltanto d’imparare a osservare quel che accade momento per momento, privilegiando l’intuizione istantanea rispetto agli inutili arrovellamenti.

Se solo fosse facile!

Listening to:
Think too much (b) – Paul Simon

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