Una fiduciosa disperazione

And where are the windows? Where does the light come in?
Bernie, old friend, forgive me, but I haven’t got the answer
to that one. I’m not even sure if there are any windows in
this particular house. Maybe the light is just going to have to
come in as best it can, through whatever chinks and cracks have
been left in the builder’s faulty craftsmanship, and if that’s the
case you can be sure that nobody feels worse about it than I do.
God knows, Bernie; God knows there certainly ought to be
a window around here somewhere, for all of us.

Da giorni ascolto “Iechyd Da”, l’ultimo album di Bill Ryder-Jones, cercando di capire se mi piaccia oppure no. Indubbiamente, è un lavoro dall’impronta sentimentale e inequivocabilmente pop, cosa che normalmente mi farebbe storcere il naso; però questa lievità lascia un retrogusto che non mi è affatto sgradito.

In primis, perché si tratta d’una gracilità solo parziale, nonostante sia un album composto quasi esclusivamente da ballate piuttosto convenzionali.
Sì, è innegabile che suoni scarsamente originale, vista l’abbondanza di echi del Badly Drawn Boy dei tempi d’oro, dei Coldplay degli esordi e dei tanti epigoni di entrambi, inclusi gli italiani …A Toys Orchestra di “Technicolor Dreams”. E la produzione (a firma dello stesso Ryder-Jones), che a tratti pare voler imitare il lo-fi pur esibendo un’incoerente patina “laccata”, non è del tutto convincente. Anzi, in molti frangenti risulta piuttosto stantia, privilegiando le soluzioni vagamente zuccherose – come se si fosse preso il Damien Rice di “O” e lo si fosse annegato nella melassa – e facendo più d’un occhiolino alle sonorità beatlesiane. A proposito di quest’ultima caratteristica, va detto, però, che pare questo sia lo Zeitgeist del 2024, tanto che nel revival dei Fab Four sono incappati pure i The Smile, benché Thom Yorke, interrogato sulla cosa, abbia rigettato piccato l’accostamento. E infine – ed è forse il difetto peggiore – c’è un eccesso irritante di cori di bambini, quasi che fosse un disco di Povia o la compilation dello Zecchino d’oro!

Tuttavia, in generale l’atmosfera dell’album è piacevolmente imaginifica, quasi “cinematografica”, con alcuni pezzi che sembrano perfetti per finire nella colonna sonora di una pellicola indie o dell’episodio di una serie TV, o magari per fare da sottofondo durante un viaggio notturno, mentre si osserva dal finestrino l’allungarsi come code di stelle comete delle luci che scorrono. E ci sono, inoltre, cose davvero apprezzabili e dai riferimenti piuttosto “stratificati”, tra le quali spiccano chiare reminiscenze dei Velvet Underground più solari, come in “I know that it’s like this (Baby)”, brano in cui risuonano pure i Buffalo Springfield di “For what it’s worth”; nonché un episodio blandamente eccentrico rispetto al resto che, a sorpresa, richiama alla mente addirittura il trip-hop dei Massive Attack: sfido chiunque ad ascoltare “Nothing to be done” e non pensare neppure per un momento a “Teardrop” (e, per la verità, anche al piano dei Them feat. Van Morrison nella dylaniana “It’s all over now, baby Blue”).

Il vero valore aggiunto, però, quello che scompagina totalmente la sostanziale monotonia di quel che sarebbe stato solo un album gradevolmente inoffensivo e immeritevole di più d’un ascolto, sono i testi. Ed è con quelli che l’ex The Coral m’induce a tentennare, giacché, se si leggessero da soli, senza ascoltare la musica che li accompagna, si potrebbe ricavarne l’impressione di avere tra le mani un lavoro incredibilmente “serio”.
A livello lirico, “Iechyd Da” è, a tutti gli effetti, una carrellata di riflessioni ponderose e non di rado amare, sciorinate con voce adeguatamente sommessa (e leggermente querula), che in più di un’occasione affrontano apertamente la tematica della precaria salute mentale di Ryder-Jones. Ed ecco che, proprio in virtù di tale difficoltà reale, ammessa senza remore e dissimulazioni, gli arrangiamenti grandiosi, con gli archi distesi e “cantanti”, acquistano un senso, perché sembra stiano lì appositamente per sostenere la fiammella cagionevole della speranza e “soffiare” quanta più luce, serenità e fiducia siano possibili, per rintuzzare gli agguati della mestizia. Le aperture melodiche come sintomi preliminari di nuove albe, che infrangono l’oscurità compatta della notte e offrono una promessa di futuro possibile. E, dunque, sebbene razionalmente si vorrebbe accusarle di sdolcinatezza e in certi casi finanche di banalità, non ci si riesce pienamente, in quanto sotto sotto – a meno d’essere perfidi o indifferenti – non si può che tifare per il lieto fine, al punto che verrebbe voglia anche all’ascoltatore di far qualcosa per contribuire ad attizzare quella flebile speranza. Per Ryder-Jones e – perché no? – pure per sé.

Perciò, se sia un bell’album o meno forse non importa davvero. Soprattutto considerando che, al di là del suo reale valore artistico, visto che pure io ho deciso di scommettere sull’esistenza di una “finestra” tutta per me da qualche parte, oggi sembra essere il disco giusto al momento giusto. E poi domani – sperando di essere riusciti nel frattempo a trovarla, quell’apertura salvifica – si potrà facilmente dimenticarlo senza rimorsi.

Listening to:
Thankfully for Anthony – Bill Ryder-Jones

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