Che si fugge tuttavia!

Uno strano gennaio di sprazzi di sole riporta alla mente le mattine di tanti anni fa, quando al primo lacerto di sereno s’usciva da scuola col cappotto sotto braccio e non importava se, per l’eccessiva audacia, lungo la strada ci s’aggricciava la nuca, ché proprio quello forse desideravamo: tepore sulle gote e brivido giù per la schiena. Non impaurivano gli ossimori allora, giacché si stava al mondo come se si fosse vivi al quadrato e, in quell’esistere ipertrofico e appassionato, gli estremi erano routine quotidiana. Tutto pareva assoluto e definitivo, e un momento si rideva fino alle lacrime e un altro si piangeva fino a prosciugarsi.
Si mordeva il freno, ciascuno celato nella propria gemma, anelando il momento di sbocciare, credendo che sarebbe venuta per tutti la gloria a colori della fioritura. Nessuno pensava che, esattamente come nel mondo vegetale, qualcuno si sarebbe bruciato per il gelo in attesa della primavera e qualcuno non sarebbe riuscito a schiudersi prima del salasso della calura estiva, e dopo sarebbe stato troppo tardi. E qualcuno avrebbe messo petali malfatti, che avrebbero tradito le attese, e qualcun altro avrebbe sorpreso tutti con una sensazionale corolla, che nessuno avrebbe mai preconizzato.

Essere giovani non è un pregio, né un valore o un connotato ornamentale o una forma a cui attaccarsi costi quel che costi: è una condizione transeunte e non si può ricrearla in alcun modo, una volta trascorsa. Non è la pelle piana e polposa, né il corpo che funziona tanto bene che ce ne si può quasi dimenticare. Non è l’assenza di canizie, né l’agilità scorrevole e sicura. C’è chi – e non sono poi così pochi – conserva questi tratti ben più a lungo di quanto duri la giovinezza, per fortuna genetica o con impegno pervicace. E, tuttavia, nessuno può trattenere il senso inebriante di quella potenzialità ancora inespressa – che scalpita e suggerisce chimere, facendole sembrare a portata di mano – che è l’essenza dell’essere giovani. Quel conoscersi ancora tanto poco da essere ignari dei propri limiti e, dunque, non avere remore nello sfidarli, fosse anche solo con la fantasia. Quell’avere l’incoscienza di dire “io voglio essere…” o “io voglio fare…”, non considerando neppure il condizionale e men che meno l’opportunità, la ragionevolezza, l’utile, la sorte. Non c’è trattamento estetico, né regime dietetico, né allenamento che possa preservare quella licenza d’immaginarsi divinamente onnipotenti, signori fanciulli del creato con la facoltà d’assoggettare il destino alle proprie aspirazioni. Ché dopo si può fare ancora molto, e sorprendersi perfino delle proprie capacità insperate, però non si può più sognare tutto.

Per questo, man mano che s’invecchia e ci si addentra nella realtà – non solo quella del mondo, ma pure quella di se stessi – si scende sulla terra e i sogni si tramutano in desideri, quindi in carenze; perché il sogno è scintilla creativa, mentre il desiderio è contezza urticante d’una lacuna.
Si potrebbe dire che con gli anni ci si scopra umani, che si torni al proprio posto, insomma. E questo non è un male. La gioventù, infatti, è luminosa e potente, ma pure infiammabile e scabra e sgraziata, così fiera di sé che spesso agli altri presenta agrezze ingenerose e grossolanità impulsive. L’età, invece, rende più ponderati e mansueti, se non per maggiore considerazione nei confronti del prossimo, per lo meno in ossequio alla forma.

Se le si coltiva, quella ponderatezza e quella mansuetudine possono diventare ancor più umane e trasformarsi in delicatezza, con cui maneggiare e custodire le fragilità proprie e altrui, avvicinandosi in punta di piedi e curandosi di non nuocere, per quanto possibile. E questa, sì, è una virtù e una virtù nient’affatto fugace, purché non venga mai meno l’impegno. E vale assolutamente la pena d’inseguirla e, per poterla raggiungere, perfino d’invecchiare.

Listening to:
Abel – The National

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