Non ti credo
ma c’è chi giura che esisti,
forse non ti so cercare
o rassegnarmi a cadere
e tu giochi a nasconderti
non ti fai trovare,
sembriamo
due strani innamorati
ma io ti sento
qui alle mie spalle,
a volte mi sento toccare.
Non è un mistero che della musica di Umberto Maria Giardini mi sia innamorata fin dall’album d’esordio, firmato con l’ormai dismesso nom de plume Moltheni. “Natura in Replay” fu uno dei pilastri della colonna sonora che mi accompagnò nel passaggio dal secondo al terzo millennio e da lì in poi non ho mai smesso di seguire quest’artista schivo e periferico, fieramente estraneo ai trend del momento, e – pur nella sua fisiologica evoluzione, visto che parliamo ormai di un quarto di secolo di carriera – mantenutosi in linea di massima fedele al proprio sound alt-rock, che nei momenti più “pensosi” si fa ipnoticamente ecoico e freddo, con gli strumenti che diventano così adamantini da sembrare quasi virtuali e fanno risaltare per contrasto l’intensità accorata della voce di Giardini.
Negli anni è rimasta invariata pure la sua impervia poetica dell’ellissi e del frammento, punteggiata di accostamenti arditi, quasi stridenti (penso, per esempio, all’azzardata metafora che assimila un amore soffocante a “una coperta d’amianto”) , che a volte fanno pensare al Conte di Lautréamont e ai surrealisti, e di menzioni di cose sul piano denotativo del tutto impoetiche, che richiamano vagamente il T.S. Eliot che dava voce a J. Alfred Prufrock e soprattutto Philip Larkin, probabilmente il supremo esperto nell’arte di distillare eccelsa poesia da immagini volgarmente quotidiane. Una scrittura che s’intuisce facilmente essere nutrita con buone letture e che è, di conseguenza, tutt’altro che adatta a raggiungere un vasto pubblico. Però, per la verità, a differenza di altri, che partiti da outsider non hanno disdegnato tentativi di incursione nel mainstream (penso ai Marlene Kuntz di Cristiano Godano, che in quest’album fa capolino nel brano “Le tue mani”), il cantautore marchigiano non ha mai dato segno di dolersi – né di gloriarsi – del proprio status di artista di nicchia.
Proprio il titolo del disco di debutto riassume al meglio lo stile lirico di Giardini, in cui artificiale e naturale sono spesso giustapposti, lasciando sovente trasparire quanto tale convivenza sia intrinsecamente malagevole e ciononostante, poiché viviamo nell’era della tecnica, inevitabile. La natura, in particolare, è da sempre uno dei leitmotiv dei suoi testi, ed è talvolta declinata in versione pacificamente bucolica e talaltra ha la selvatichezza imprevedibile, ferina e indomita che si ritrova in alcune liriche di William Blake o in gran parte del canzoniere di Salvatore Toma. Ed è proprio al salentino che mi fa pensare la title track di quello che potrebbe essere il miglior lavoro del cantautore fino a ora.
Al solito, non è facile capire se s’è riusciti a interpretare correttamente le intenzioni, vista la consueta dose d’impenetrabilità dei versi; tuttavia, credo di poter dire con buona approssimazione che “Mondo e antimondo” affronti ancora una volta, con un condimento di abbondante (e forse ormai definitiva) sfiducia nei confronti della società e dell’umanità contemporanee, un tema ricorrente nelle canzoni di Giardini fin dai lontani tempi di “Curami Deus” (era il 2001): il divino e il rapporto con esso. Un rapporto contrastato – che oscilla tra scetticismo, ruggine e fiducioso abbandono – in cui un senso religioso primitivo e spontaneo, di stampo quasi infantile (nel senso più elevato del termine) e panteistico, si scontra con l’aleggiare opprimente della precettistica del Cattolicesimo canonico e dello spettro del Dio punitivo e collerico dell’Antico Testamento.
Il Dio di Giardini è sempre un Dio ipotetico, perché non se ne dà per sicura l’esistenza, e un Dio dell’antitesi, in quanto dotato di connotati ossimorici. Un Dio che si vorrebbe rifiutare, restando rintanati in un immanentismo nichilista (non a caso il secondo album del cantautore s’intitolava “Fiducia nel Nulla Migliore”), scuro e desolato; e al quale si desidererebbe al contempo consegnarsi, arresi e contriti, nella speranza che esista davvero quella cosa chiamata anima e ci sia modo di salvare la propria. Insomma, un Dio non dissimile da quello nel quale Toma affermava di non credere, ma la cui presenza non gli riusciva di non avvertire.
In quest’ultimo round dell’annoso agone tra Giardini e Dio, tuttavia, pare che sia quest’ultimo a uscirne vincitore. “Mondo e antimondo”, infatti, è un brano nettamente bipartito, in cui alla condizione di perdizione morale raccontata nella prima parte, si contrappone la ribellione di chi ha scelto il rigore e di sobbarcarsi la dedizione necessariamente richiesta per aderire alla sequela del divino. Una scelta scomoda assunta con la consapevolezza che sia il solo modo per ascendere a un anti-mondo di rinuncia, sì, ma anche di redenzione, pienezza, purezza e luminosità, che è nettamente opposto al mondo infimo e squallido dell’indifferenza, dell’ipocrisia, della vanagloria e dell’accaparramento della ricchezza, nel quale ridicolaggini – quali le gare di cucina che infestano la TV – sono ritenute d’importanza capitale, mentre ci si è assuefatti all’orrore al punto tale da non sentirsene personalmente intaccati e così si può ignorare, come fosse cosa che non ci riguarda, la sofferenza del prossimo.
Non dovrebbe essere ignorato, invece, quest’album pubblicato lo scorso dicembre, che – eccetto un paio di brani, come “Re” e “Versus minorenne” – non ha il dono dell’immediatezza e ha sicuramente bisogno di numerosi ascolti per essere assaporato e metabolizzato pienamente. Benché non fatichi ad ammettere che non siamo di fronte a una pietra miliare della musica, a mio avviso, si tratta decisamente di una tra le migliori uscite italiane degli ultimi anni. Un disco “integerrimo”, che non guarda minimamente a un mercato nazionale in cui da anni impazzano le ormai polverose produzioni danzerecce in stile Dardust (che, però, continuano – chissà perché – a far sempre gridare al miracolo i critici “istituzionali” nostrani); e soprattutto, come d’abitudine, un disco “sentito” e assolutamente sincero, che si tiene alla larga dall’autocompiacimento snobistico nel quale troppo spesso cade chi è orgogliosamente marginale e approfitta di ciò per dare sfogo alla propria vanità, facendo sfoggio d’erudizione linguistica e musicale, col solo obiettivo di ammantarsi di un’aura di ricercatezza a misura di un pubblico di “eletti”, che è quanto di più affettato e anti-artistico ci possa essere.
Listening to:
Mondo e antimondo – Umberto Maria Giardini

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