Nihil alienum

Ogni vero libro si misura con la demonicità della
vita. In questa capacità di scrutare verità anche
intollerabili c’è una bontà più grande di ogni conciliante
bonomia, la disponibilità a scendere sino in fondo,
con impavida e sconsolata pietà, nel nostro buio.

Se fossimo onesti – e coraggiosi – dovremmo tutti ammettere di somigliare più all’uomo del sottosuolo che a Lev Nikolaevič Myškin o ad Alëša Karamazov. Se fossimo onesti – e coraggiosi – dovremmo riconoscere il male in noi e dare atto che la malvagità ci appartiene inevitabilmente, che è annidata dentro ciascuno per lo meno in potenza. Una vita virtuosa, in definitiva, non è altro che una lotta indefessa contro l’entelechia, un sottrarsi intenzionale alla tensione ineluttabile che, lasciata libera di agire, ci condannerebbe ad attuare necessariamente il nostro potenziale luciferino.

Secondo Rousseau, il male non è connaturato all’uomo, bensì è il frutto avvelenato della storia e della società. Un pensiero consolatorio e un poco ingenuo, partorito per un’intima predisposizione all’utopia e avulso da qualsivoglia dato di realtà. Il ben più cinico e smaliziato Hobbes, al contrario, proclamò che l’uomo per natura è belva pronta ad azzannare a morte il proprio simile, se le circostanze o la convenienza lo incoraggiano, e che la società è un artefatto finalizzato proprio a scongiurare un perenne stato di guerra omnium contra omnes. Due visioni diametralmente opposte, ma non inconciliabili, entrambe in parte vere e in parte confutabili.

Un angelo e un demone “l’un contro l’altro armati”: questo è ciò che siamo, a onta della nostra vanità, nessuno escluso; ché perfino san Francesco d’Assisi, prima d’essere frate, fu soldato volontario (e in guerra non si va per far carezze al nemico), mentre Hitler era teneramente affezionato alla sua cagna Blondi.
Se sia la parte celeste o quella sulfurea a dover prevalere, spesso è solo il caso a decretarlo. La fortuna o la sfortuna di un incontro. Il nascere in un contesto oppure in un altro. La fame o la sazietà. Il disagio psichico o la sua assenza. Non sempre ci è dato di scegliere le nostre condizioni – e mai ad alcuno quelle iniziali – e talvolta nemmeno abbiamo facoltà di governare le reazioni a esse che l’istinto comanda.

Ecco quel che è in fondo il peccato originale, la crepa che percorre inevitabilmente l’uomo: essere pienamente capace di partorire e di spargere intorno a sé l’orrore. E contro questa fiera spaventosa, acquattata in qualche recesso del cuore ma sempre vigile e pronta a scattare, e contro il caso, che a tradimento può suscitarla presentandoci occasioni in grado di metterci all’angolo, è una lotta impari, che nemmeno una sorveglianza costante e una volontà infaticabile talvolta sono sufficienti a vincere. Per eradicare del tutto il male in noi, infatti, occorrerebbe un sesquipedale salto ontologico, che ci elevasse con un portentoso balzo alla statura di creature empiree; un’ipotesi tanto allettante quanto irrealizzabile, poiché non esistono possibilità di fuga dalla nostra difettosa natura e neppure ai santi può riuscire di smettere d’essere umani.

E allora dovremmo avere l’umiltà di osservarla, questa natura bifronte. In noi prima ancora che negli altri; ché è troppo facile proiettare l’oscurità fuori di sé, prenderne le distanze e additarla con trinariciuta riprovazione, mentre ci si ringalluzzisce per via della propria presunta probità, che dà licenza di percepirsi a una quota superiore e guardarsi allo specchio con illusoria pacificazione e ipocrita compiacimento. Dovremmo ammettere che già solo nella (apparentemente innocua) superbia di proclamarsi impeccabilmente buoni, c’è cattiveria a sufficienza per insozzare l’anima, giacché nel sentirsi immacolati striscia subdolamente il disprezzo dei propri simili che, invece, non sono immuni all’inciampo.
Dunque è impossibile essere per davvero buoni, se non s’è consapevoli di essere anche abietti e perciò in prima persona disperatamente bisognosi di redenzione, di compassione, di un’indulgenza che ami e accolga pure quel che in sé è marcio, dissoluto e ripugnante. La rettitudine non è amare il bello, il puro, il gentile e l’onesto; quello non presuppone alcuna virtù né costa fatica: è poco più che un riflesso automatico. La grandezza d’animo è nel non tentennare nella condanna del luridume e ciononostante trovare il modo di farsi latori di grazia anche nella melma nauseabonda d’un porcile. A partire dal proprio, vincendo l’umanissima tentazione di disconoscerne i miasmi.

Listening to:
Ticking – SPRINTS

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