Come la vita è lenta.
E come la speranza è violenta.
Una volta mi dedicarono una poesia. Era assolutamente inadatta al momento, totalmente incongruente rispetto alle circostanze. Cosa spinse a scegliere proprio quella, cosa c’entrassimo noi – due adolescenti siciliani – con la Senna che scorre sotto un ponte di Parigi, e quale fosse il legame tra l’effusione un poco splenica e un poco cinica di un poeta che lamentava la caducità dell’amore e le nostre infinite camminate avanti e indietro per il lungomare, dubito riuscirò mai a comprenderlo.
Passeggiavamo per ore, appaiati ma convenientemente distanti, perché non ci si potesse sfiorare nemmeno per sbaglio, mentre io mi fissavo con ostinato imbarazzo le Adidas blu scuro e lui provava con gentilezza, una pazienza encomiabile e un arsenale di circonlocuzioni a scassinare uno dopo l’altro i miei innumerevoli chiavistelli, sperando che prima o poi cedessi a quel che era evidente a tutti, meno che a me: mi ero innamorata. E quella voglia di sfiancarsi, di non starsene seduti mai, era l’irrequietezza peculiare delle cose belle quando sono nuove fiammanti, che cancella il caldo e il freddo, e s’espande, reclama uno sfogo e nel frattempo prende in ostaggio i pensieri, il tempo, il sonno, la fame, la stanchezza.
Tutto profumava di destino in modo inebriante. Le incredibili coincidenze sembravano presagi inequivocabili di felicità. Si chiacchierava appassionatamente per serate intere di musica e letteratura e dei massimi sistemi. Io lo sbirciavo solo di sottecchi o da lontano, stando ben attenta che non lo notasse, incredula che quel diciottenne brillante e arguto, alto, sottile e distrattamente bello, come se non fosse consapevole d’esserlo o non gli importasse, tra tutte non avesse occhi che per me. E a un certo punto parve d’iniziare a sentire spirare una vaga fiducia, quel buonumore che s’attacca addosso quando si ha l’impressione che ogni cosa sia indirizzata verso il meglio; perché, sì, non poteva essere che così: ce n’erano tutti i sintomi.
Però non c’è sopportazione che possa essere eterna e infine scadde il tempo del parlare obliquo. Mentre l’estate ormai illanguidiva, mi palesò i suoi sentimenti, corredandoli di quei versi che raccontavano dell’ineluttabilità degli addii. Fu come una iettatura involontaria, ma tanto potente da storpiare l’incanto. Da lì in poi andò tutto per il verso sbagliato: tempi, luoghi, azioni e interferenze; e il sogno sfumò a un passo dal realizzarsi.
Lo stesso schema – con una meticolosità abrasiva, che non ha trascurato alcun ambito della mia esistenza – si è ripetuto decine di volte: indizi su indizi benauguranti ad alimentare entusiasmi e attese e scavare un cantuccio nel cuore in cui incubare la speranza; e poi un segno ominoso, appena uno, a decretare perentoriamente che tra tutte le promesse fosse sempre quella infausta a doversi compiere alla fine. Come una maledizione che procede al mio fianco, quasi che fossi venuta al mondo unicamente per sperimentare tutte le possibili sfumature dell’illusione e della frustrazione. E si potesse almeno dolersene senza risultare indecorosi! Ma soffrire e lamentarsi d’inezie del genere – semplici “cose che capitano ai vivi”, come usavano dire i miei nonni materni per liquidare le quisquilie – è osceno e puerile. Cos’è la mia tenace “sfortuna” davanti ai dolori formidabili di chi fa i conti con il lutto, la malattia, la miseria, la fame, la violenza, la guerra?
Perciò non resta che tacere e trascinarsi appresso stoicamente questa sciocca e incorreggibile anima che, sebbene sia più crivellata di un groviera, nemmeno a forza di prove empiriche riesce a imparare l’arte di centellinare i vagheggiamenti e non aspettarsi mai nulla ed essere grata d’essere viva e sana e con un tetto sulla testa. E farsi bastare che ci sia il pane, ché io evidentemente non sono tra quelli destinati ad avere pure le rose.
Listening to:
Beautiful boy – The Last Dinner Party
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