Sehnsucht

Volentieri gli uomini cercano dietro una poesia ciò che essi
chiamano ‘il particolare significato’. E sono simili alle
scimmie, che sempre annaspano con le mani dietro
lo specchio, quasi fosse là dietro il corpo da afferrare.

La verità nelle immagini. Non sotto di esse, come un tesoro da dissotterrare; né sopra, come una creatura alata da provare ad acchiappare al volo. Non recondita o distante ma lì, squadernata proprio sotto gli occhi. Sfrontata, tagliente, commovente, spaventosa. Ci vuole stomaco per fronteggiarla così, la verità, agghindata d’aggettivi eppure nuda. Cesellata, figurata e plasmata – traslata, dilatata, compressa, colorata, ritmata, rimata – ma mai adulterata. Talvolta iridescente e tortuosa e riccamente arabescata, senza però diventare leziosa o perdere nerbo. La verità che, in forza di tale complicata e invereconda autenticità, ti addita mentre la osservi, lasciandoti senza fiato e scampo.
Questo ho sempre amato della poesia, fin da bambina. Da quando la maestra mi spiegò che l’autunno di Cardarelli, che s’annunciava con “piogge di settembre / torrenziali e piangenti”, era la veglia funebre dell’estate. Le perturbazioni, nere prefiche che si dolevano dell’esaurirsi della bella stagione, consumavano quel lutto ricorrente senza riserbo né parsimonia, perché ogni fine è a suo modo una morte e riverbera la nostra che verrà. E, dunque, lacrime. Lacrime per il sole impallidito e per sé, per gli anni migliori dell’esistenza ormai trascorsi, per quel tempo radioso che “lungamente ci dice addio.”

Nella vita, però, nel momento in cui ci si imbatte in essa la verità si rivela muta, percettibile ma ineffabile. A ben guardare, se la si vuol condividere con altri, non la si può raccontare che sotto forma di metafora. Il linguaggio stesso, del resto – come ricordava Hofmannsthal – è pura rappresentazione, una serie d’immagini che s’intrecciano e si sovrappongono e si sostengono l’un l’altra, e la differenza tra l’uomo comune e il poeta è solo che quest’ultimo è incessantemente cosciente di tale realtà. E magnanimamente si fa mediatore tra noi e la verità, perché attraverso le immagini che compone ci sia dato di placare vicariamente il desiderio struggente e impotente di trovare significanti per quei significati per noi altrimenti indicibili, per quel sentire che non saremmo in grado di descrivere, se non con sconsolante pressappochismo.

Perciò, non è strano che unicamente tra i versi io abbia trovato parole che cogliessero interamente la brama incurabile d’altrove che ho sempre sentito, la cocente nostalgia di qualcosa d’indefinito e sconosciuto e irraggiungibile, di un luogo a cui appartenere per senso d’identità, di un porto in cui riparare nelle tempeste, della concavità accogliente di un abbraccio gratuito e sicuro. E, certo, i significanti in sé non hanno poteri taumaturgici; però quanto consola sapere di non essere i soli corrosi da questo assurdo anelare!

Listening to:
Five years – David Bowie

Lascia un commento