Aspetta primavera, Maria

A Light exists in Spring
Not present on the Year
At any other period –
When March is scarcely here
A Color stands abroad
On Solitary Fields
That Science cannot overtake
But Human Nature feels.

It waits upon the Lawn,
It shows the furthest Tree
Upon the furthest Slope you know
It almost speaks to you.

Fuori dalla finestra cielo azzurro e sole. Giallo e svettante, il tarassaco beccheggia tra l’erba di un’aiuola del cortile del palazzo di fronte, sopportando paziente l’esuberanza della brezza da sud. La pervinca, in un’abbondanza verde lucida di nuovo fogliame, si prepara a sbocciare. Le giornate si allungano. I tramonti si riscaldano di tinte aranciate.
Stese sui fili del balcone, sventolano lenzuola e tovaglie, rassicuranti bandiere di domestica quotidianità. In sottofondo suona un album di melodie allegre, per assecondare il pizzicore di quella vivacità che di norma mi prende all’approssimarsi della bella stagione, e sovvengono ricordi di un’altra primavera incipiente, di Belle and Sebastian e Velvet Underground e The Shins, e di una Torino di marzo sorprendentemente calda e luminosa, che pareva starsene lì apposta per esser divorata a passo spedito, mentre ci si affannava tra un plesso universitario e l’altro all’inseguimento della lezione successiva, e poi di corsa fino a via Dellala, all’ultimo piano del numero 8, per quelle 250 ore di tirocinio formativo al FAI, in cui la formazione consisteva nell’impacchettare roba, sbrigare commissioni futili, pulire tavoli, sedie e gazebo della terrazza, andare alla ricerca di apparecchi acustici smarriti e spostare un enorme ficus all’interno o all’esterno, in base al variare delle condizioni climatiche. E ogni tanto si rubava qualche momento per leggere David Foster Wallace al sole sulle panchine dei giardini Cavour oppure di piazza Bodoni, o per fare scorta di cri-cri Piemont e chicchi di caffè pralinati al mercato di corso Palestro, o semplicemente per chiacchierare sotto il monumento equestre in piazza Carlo Alberto, proprio al centro del mio rettangolo preferito di città. A sera si rincasava con i negozi già chiusi, dopo cena si studiava fino a notte inoltrata e il grosso del weekend lo si passava tra libri e appunti, pulizie, spesa e bucato. E ogni lunedì come Sisifo si ripartiva da capo. Una vita senza respiro, in cui però non ci si stancava mai, perché il carburante di quelle giornate infinite era la sensazione frizzante che qualcosa stesse per cominciare.

Oggi, invece, anche se permane la voglia di cercare ispirazione nella musica lieta, la stanchezza è diventata una dimensione esistenziale. Non è un fatto di membra esauste e dolenti, ché quella, al contrario, è una sensazione gratificante di pienezza, che dà l’idea d’aver compiuto qualcosa e assolve dal sospetto d’aver sperperato il tempo, autorizzando ad andarsene a dormire quieti come chi s’è guadagnato il riposo. È, piuttosto, un’intima insofferenza, figlia della rassegnata presa d’atto che si debbano fare i conti con quel che resta e non ci sia più posto per chimere e rosee illusioni, adesso che a smorzare l’entusiasmo ci hanno crudelmente pensato gli anni e l’esperienza. E, tuttavia, contro ogni logica, non passano del tutto né l’attesa della primavera né la speranza e non mi riesce di smettere di masticare la muta preghiera di veder prima o poi arrivare una cosa buona che possa reclamare per me, e che in mezzo alle erbacce finalmente faccia capolino un fiore.

Listening to:
Anna – The Children’s Hour

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