Forse la vera fede non è quella del mistico, quella calcolata e dai rischi limitati, che si fonda sulla sottrazione. Rinunce, passi indietro e distacco dalle cose del mondo richiedono una forza di volontà rocciosa, ma non implicano necessariamente una fiducia cieca in un’entità esterna. L’ascetismo, infatti, non è resa, bensì supremo controllo. A ben guardare, la fede del mistico è, prima di tutto, una fede in sé e nella propria capacità di dominare istinti, pulsioni, situazioni. Insomma, una glorificazione della propria autoefficacia, in cui il traguardo spirituale s’insegue e si raggiunge in virtù delle proprie forze, di una contemplazione che altro non è se non attivismo sublimato. Il mistico va a caccia del divino, lo insegue e lo corteggia, non aspetta che questo gli si presenti davanti a piacimento, come una provvidenziale pietra d’inciampo sul cammino.
Forse la vera fede è, piuttosto, quella generosa dell’esploratore, che avendo come unico viatico un entusiasmo strabordante, nutrito dalla visione di un traguardo della cui esistenza e localizzazione non vi sono prove schiaccianti e talvolta nemmeno indizi adeguatamente incoraggianti, nondimeno s’addentra con un abbandono privo di tentennamenti nell’avventura. L’esploratore ha un’anima bambina, curiosa e spontanea, che non teme i salti nel vuoto e soprattutto non s’attarda più del necessario a ipotizzarne le possibili conseguenze nefaste e non si fa imbrigliare da paure prudenziali. Somiglia al Matto dei tarocchi, che incauto si approssima all’orlo del precipizio col mento all’insù e lo sguardo rivolto al cielo. In una mano una rosa bianca, nell’altra uno striminzito fagotto; ché questo e nient’altro gli serve come equipaggiamento: una testimonianza di bellezza e fragilità, e una manciata d’effetti personali. La purezza di cuore e un misero bagaglio d’esperienza sono tutto il corredo che ha a disposizione per il suo viaggio, che poi è il cammino dell’uomo nella sua vita terrena, nella quale ciascuno debutta perfettamente innocente e ignorante.
A braccia aperte, come un bambino sovraeccitato, il Matto è disponibile ad accogliere ogni evenienza: il buono e il cattivo, le gioie e le difficoltà. È un novellino, un’aristotelica tabula rasa; perciò il suo numero è lo zero, la cifra “magica” che assorbe quelle con le quali si moltiplica, ma pure la cifra che rappresenta il nulla, quell’assenza assoluta che concepiamo solo come pura astrazione, non essendo in grado nemmeno di pensarla, in quanto il pensiero stesso “inquina” il supremo non essere, riempiendolo di qualcosa. Di sé. Il nulla che, per una sorta di coincidentia oppositorum, diventa l’incubatore del suo contrario, l’altrettanto sommamente impensabile infinito.
Da quando un paio di decenni fa è sbocciato il mio interesse per la psicologia analitica junghiana, sono sempre stata affascinata dai tarocchi. Non per il loro uso divinatorio, nel quale non credo affatto – magari bastasse una stesa di carte per conoscere il futuro! – quanto per il loro significato simbolico. Per questo nel mazzo mi concentro esclusivamente sugli arcani maggiori, le carte che rappresentano alcune delle figure archetipiche che si ritrovano anche nei miti e nelle leggende dei popoli del mondo. Il Bagatto, la Papessa, l’Imperatrice… una serie di “lame” – così sono genericamente dette le singole carte dei tarocchi – numerate dall’uno al ventuno. Più una speciale: il Matto, lo zero, che non è la prima e non è l’ultima carta del mazzo, o forse è entrambe. Una carta eccentrica e al di sopra delle gerarchie che, infatti, ha dato origine a quello che nei mazzi da gioco è poi divenuto il Jolly.
Usandoli focalizzandosi sul loro significato allegorico, gli arcani maggiori possono essere molto utili per fare il punto della propria esistenza e per portare a galla ciò che è inabissato nell’inconscio. Così ogni tanto ne pesco uno, confidando che il potere del caso mi regali per coincidenza quello più adatto al momento, e poi mi soffermo su quel che simboleggia. Rifletto e mi pongo domande rispetto a cosa quei concetti rappresentino per me nel presente e in che modo mi possano fare da conferma o da sprone, in cosa mi rassicurino e in cosa mi mettano in discussione. Seguo il raziocino, ma soprattutto l’intuizione e le sensazioni, ché è attraverso quelle che l’inconscio ci parla. E mi scruto con severità, obbligandomi a fronteggiare pure quello che di me preferirei non riconoscere.
Oggi – come a questo punto s’è facilmente potuto intuire – ho pescato proprio il Matto. La carta dei nuovi inizi, della libertà, dell’avventura, della spontaneità, dell’entusiasmo, dell’ottimismo, degli atti di fede e del potenziale illimitato. Insomma, di tutto quello che vorrei e di tutto quello di cui ho paura. Perché il rovescio del Matto sono la credulità, l’avventatezza, il finire per essere presi in giro, le illusioni iridescenti che svaniscono come bolle di sapone. E sono stata costretta ad ammettere che, a dispetto delle buone intenzioni, la deterrenza esercitata dai significati negativi ha fin qui sovrastato la potenza d’innesco dei cambiamenti connessi a quelli positivi.
Ma andare avanti si deve, nonostante i pur giustificati timori; altrimenti che senso avrebbe avuto la decisione presa ormai quasi due anni fa? Ché sarebbe assurdo essersi affrancati dal giogo e tuttavia restarsene come prima, quando si stava sempre o a fare la bestia da lavoro o rintanati nella stalla, perché non era permesso pascolare.
Allora, quasi per farmi coraggio, ho messo su un album che non solo è un capolavoro, ma è pure la prova che a volte perfino le cose sulla carta più inverosimili possono accadere, se un ventenne londinese con l’aspetto da quarantenne, un’inclinazione all’osservazione sociale lucida e spietata e una ricca vena poetica riuscì a sorpresa a scalare le charts britanniche all’immediata vigilia del trionfo della ben confezionata vacuità degli anni ’80. E per l’ennesima volta mi sono ripetuta che, sebbene a guardare le cose da qui paia impossibile, da qualche parte c’è – deve necessariamente esserci! – un brandello di grazia destinato a me, e magari c’incapperò per caso o magari lo troverò volontariamente; ma, come che sia, ciò accadrà solo a patto che decida una buona volta di darmi sul serio una mossa. Perché le cose liete, a differenza delle sciagure, non vengono mai a bussare come un venditore porta a porta. E mi sono ripromessa che, pure se fosse scritto che a un certo punto del cammino debba cadere nel dirupo, per lo meno voglio fare in modo che sia una caduta in avanti. Se debbo essere comunque sconfitta, che sia per il troppo slancio e non per l’eccessiva esitazione!
Listening to:
Big tears – Elvis Costello & The Attractions

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