Stanca del clickbaiting degli annunci che tocca sopportare se si sceglie un piano gratuito di WordPress, all’inizio del mese ho preso una decisione epocale: ho scelto di spendere del denaro per questa “stanzetta” viola, donandole un dominio esclusivo.
Adesso, finalmente, posso dire d’essere un po’ più “padrona” di questo diario o, quantomeno, mi sono comprata la libertà di decidere cosa debba o non debba vedere chi passa da queste parti. Ho pensato fosse un bel modo per celebrare la sua maggiore età, visto che – nella prima versione, rigorosamente dello stesso colore di questa, ma con un altro titolo – venne alla luce nel marzo del 2006, diciotto anni fa.
Erano i giorni della mia discussione della tesi di laurea triennale e sapevo d’avere davanti una manciata di mesi d’inattività forzata, in attesa del trasferimento a Torino per proseguire gli studi; così, necessitando di qualcosa che mi tenesse occupata nel frattempo, in un pomeriggio di noia radunai il coraggio di rischiare di espormi al pubblico ludibrio e iniziai a infestare il web con i miei ridicoli borborigmi. Durò poco: meno di nove mesi più tardi fui già costretta a un primo trasferimento. E, nell’abbandonare Windows Live Spaces per spostarmi altrove, dovetti lasciare indietro tutti i post scritti, ché all’epoca non c’era modo di portare nulla con sé durante la migrazione, a meno di dedicarsi a un lungo lavoro di copia e incolla, che comunque non sarebbe riuscito a mantenere i commenti.
Ma il cambiamento, benché effettuato a malincuore, si rivelò sorprendentemente positivo. Approdai, infatti, su Blogger e mi piacque così tanto che ci rimasi per quasi sedici anni, felice delle opportunità offerte dal template open source. Lì imparai, a forza di tentativi ed errori, i rudimenti dell’HTML (e perfino d’un poco di CSS) per personalizzare il mio spazio. E sempre lì – pur fedele all’intento dichiarato fin dal titolo di festinare lente – documentando con zelo le tappe salienti del percorso, sono cresciuta, passando da inquieta studentessa ventitreenne a disincantata donna di mezza età.
Per questi e altri motivi m’era estremamente caro quel posto, con la sua grafica spartana e il minuto Verdana scelto come carattere identitario, i widget di Last Fm e Anobii che documentavano i miei ascolti e le mie letture, e i tanti amici che passavano a commentare. Era una cosa bella. Posso dire – a costo di suonare trita e melensa – che era divenuta una parte di me. E, proprio perché si sapeva che vi ero oltremodo affezionata, quale provocazione e umiliazione finale, due anni fa s’è fatto in modo di sottrarmela; confidando probabilmente non tanto nella mia pavidità – ché le minacce non potevano impensierire, essendo fondate sul nulla – quanto nella mia indole docile e avversa al conflitto, che, a prescindere dalla ragione o dal torto, consiglia sempre di fare un passo indietro piuttosto che alimentare l’escalation.
In effetti, come previsto, per l’ennesima volta mi sono piegata, e a coronamento di oltre un decennio di odiose rinunce in nome della dedizione a qualcosa che masochisticamente credevo fosse meritevole d’essere onorato e del quieto vivere, da ultimo ho detto addio pure alla mia casa virtuale. Per ritrovarmi qui, su questa piattaforma che non mi soddisfa, in quanto l’abitudine a usarla quotidianamente per lavoro toglie in parte allo scrivere per diletto la sensazione che si tratti d’un momento di piacevole evasione.
In fondo la mia accidentata storia da blogger non fa che ricalcare una vita piena d’inceppamenti, scivoloni e false partenze; ché, se c’è qualcosa di cui sul serio sono totalmente incapace, è la sicura ed elegante fluidità nel procedere.
Vivo col medesimo grado di scioltezza esibito da quegli attori a cui inesperienza, mediocrità tecnica o esiguo talento – o magari più d’uno di tali fattori contemporaneamente – impediscono l’automatismo nella performance, precludendo loro il reagire in perfetto tempo reale allo scorrere delle scene e rendendogli tanto macchinoso il cambiare espressione, al punto che s’attardano sempre un momento di troppo sull’emozione precedente prima di riuscire a tirar fuori quella successiva, facendo frattanto sopravvenire allo spettatore l’impressione surreale di stare osservando l’estenuante colorarsi della barra di progresso di un’applicazione informatica in corso di caricamento. In un modo altrettanto penoso da vedere, io conduco l’esistenza arrancando e incagliandomi regolarmente in qualche ostacolo fortuito o conseguente alle mie stesse azioni. Forse per impreparazione o magari per un’innata goffaggine. E chissà che non avesse ragione chi da bambina, per smorzare il mio entusiasmo e la mia vivacità, quando ballonzolavo allegramente per casa, mi tagliava le gambe accusandomi puntualmente – seppure col sorriso, per assicurarsi di potersi eventualmente difendere, adducendo la scusa che si trattasse soltanto d’uno scherzo – d’avere “la grazia di un elefante”…
Non escludo che sgraziata io lo sia davvero e lo sia sempre stata, e che sia questa tara congenita la ragione che rende ostico il mio fluire. Però quanta deliberata crudeltà in quel paragone! E quanta assurdità! Ché io, di costituzione piuttosto mingherlina, proprio non ho mai avuto nulla in comune con un pachiderma e, perfino alla mia veneranda età attuale, tutta intera peserò sì e no la metà della proboscide d’un esemplare adulto. Eppure allora credetti senza riserve a quella cattiveria priva di fondamento, come tutt’ora – sebbene non faccia che ripetermi che non dovrei più farlo – intimamente continuo a credere a ogni altra stilettata gratuita che mi viene assestata, da qualunque parte essa provenga.
Perciò, la verità è che magari è per via di questo, di questa insicurezza incallita che m’induce a sorvegliarmi e giudicarmi guardandomi costantemente dall’esterno con inclemente severità, invece di dimorare comodamente nella mia pelle sentendola calzarmi a pennello, che il corso del mio esistere è tanto meccanico e pieno d’intralci e batoste e retromarce e capitomboli e, dunque, apparentemente privo d’ogni disinvoltura.
Tuttavia, a questo punto della vita, dopo mille tentativi tutti immancabilmente falliti, ho il sospetto che, per quanto impegno possa profondere nel provare con le mie sole forze ad avere la meglio sul lunghissimo addestramento all’auto-svalutazione ricevuto, l’unica soluzione davvero efficace per debellare le conseguenze del seme venefico che m’è stato piantato dentro fin dalla culla sarebbe un diserbante che somigliasse molto o a un miracolo o a un esorcismo.
Listening to:
One of these things first – Nick Drake
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