Essere donna oggi…

Di tutte le cose che sognavo per me da ragazzina non ne ho fatta quasi nessuna e di tutti gli impegni che allora avevo preso con me stessa ho mantenuto solo quello di non diventare uno di quei relitti nostalgici, che pensano che la musica sia morta il giorno esatto in cui è terminata la loro gioventù.
Certo, come tutti anch’io sono sentimentalmente legata alle cose che ascoltavo in adolescenza o a vent’anni, non fosse altro che per i ricordi che richiamano alla mente; ma non per questo ho smesso di leggere le riviste di settore e tenermi informata sulle nuove uscite. Perciò, anche se la mia cultura non abbraccia tutti i generi, per lo meno per quanto riguarda i miei preferiti e quelli limitrofi a essi, posso considerarmi adeguatamente aggiornata e non credo di dire il falso, se sostengo che la musica non è affatto finita; né di essere eccessivamente indulgente, se affermo che in tempi recenti sono state pubblicate cose assolutamente pregevoli. E non solo da artisti sempre affidabili – vedi i due album del progetto The Smile della premiata ditta Thom Yorke e Jonny Greenwood (più Tom Skinner) – ma perfino da esordienti. Penso, per esempio, a quando nel 2019 i Fontaines D.C. ci folgorarono con “Dogrel”, un album di debutto notevole, che non emergeva solo in confronto al resto della produzione coeva, ma ritengo sarebbe parso altrettanto bello pure se fosse uscito prima dell’era dello streaming selvaggio, che ha storpiato il modo di fruire la musica e, per molti versi, anche quello di crearla.

Da qualche tempo, tuttavia, sembra che a tenere alte le sorti di quest’arte siano per lo più le donne; e non mi riferisco solo al successo planetario di fenomeni mainstream come Beyoncé, Taylor Swift e Billie Eilish. Anche nell’universo alternativo e indie, infatti, parrebbe essere in corso una rivoluzione in rosa. Se non altro stando alle recensioni.
Già, perché per la verità la mia impressione è che non sia esattamente così. E no, non si tratta di voglia d’essere a tutti i costi bastian contrario. Per dirne una, il pezzo che fa da colonna sonora a questo post a me pare sinceramente una cosetta da poco, come del resto l’intero album da cui è tratto: dieci tracce di alt-country indiscutibilmente radiofonico e vagamente sovra-prodotto, che non aggiungono nulla di lontanamente significativo al panorama del genere e, se fossero state pubblicate in passato, sarebbero passate quasi inosservate o avrebbero fatto storcere il naso a qualcuno. Eppure oggi le recensioni entusiastiche, soprattutto nel mondo anglosassone, si sprecano.

La cosa sorprendente è che a guidare il contingente di coloro i quali giudicano con una generosità smodata ogni lavoro realizzato da donne sia Pitchfork, che – per fortuna! – non sarà al livello della nostrana Livore, la cui redazione con sadico compiacimento stronca per principio chiunque venda più di una manciata di copie ad amici e parenti (tanto per dare un’idea: per loro “London Calling” è una porcheria commerciale e i Clash non possono essere considerati punk…), ma comunque è tutt’altro che una webzine di manica larga. Per intenderci, è la stessa che l’anno scorso ebbe il coraggio di andare controcorrente e affibbiare un impietoso (ma meritato) due secco a “Rush!” dei Måneskin, mentre tutti gli altri magazine cartacei e non (prezzolati? conformisti?) si sperticavano in lodi assurde, come se si trattasse di poco meno che un capolavoro. Ciononostante, basta che ci sia da recensire il disco di una donna e sembra che all’improvviso le facoltà valutative dei redattori si annebbino, al punto che non ricordo un solo caso recente in cui siano scesi al di sotto della piena sufficienza.

Passi per le Wet Leg, il cui album d’esordio, se non altro, aveva il pregio d’essere contraddistinto da una gradevolissima autoironia; ma a pensare al coro osannante che s’è levato per “The Record” di boygenius, finito praticamente in tutte le top ten dei migliori album del 2023, o alle critiche lusinghiere collezionate ultimamente dal suo epigono britannico, “Prelude to Ecstasy” di The Last Dinner Party, c’è di che indignarsi. E chiedersi – senza nemmeno dover andare a scomodare pietre miliari della musica al femminile, come “Horses” di Patti Smith o “I Put a Spell on You” di Nina Simone o “Pearl” di Janis Joplin o “Tapestry” di Carole King – a quante cifre sarebbe il voto assegnato oggi a dischi belli, sì, ma già all’epoca un poco sopravvalutati, quali “Jagged Little Pill” di Alanis Morissette o “Back to Black” di Amy Winehouse…

A me il fenomeno puzza tanto di virtue signalling, per accreditarsi presso un’opinione pubblica sempre più acriticamente ideologizzata.
Si dirà che poco importa, perché a contare è il risultato e in questo modo si sta combattendo il patriarcato – quanto odio questa parola, che oggigiorno è usata smodatamente e spesso a sproposito! – e si riequilibrano finalmente i valori in un settore, quello della musica, nel quale gli uomini hanno storicamente spadroneggiato. Potrà anche essere vero, eppure io non riesco a convincermi che far prevalere il politicamente corretto senza se e senza ma nella critica musicale – e, per quel che mi riguarda, in qualsiasi altro ambito – sia un fatto positivo.
Se fossi un’artista, desidererei che il mio lavoro fosse giudicato obiettivamente e, se è il caso, perfino aspramente criticato, piuttosto che essere blandita solo per via del mio corredo cromosomico. Anche perché il confronto col punto di vista altrui è essenziale all’affinamento del proprio “mestiere”, mentre qui mi pare si stia scadendo in qualcosa di assimilabile a ciò che avviene nel mondo della scuola, in cui l’insufficienza è quasi bandita, per non turbare la sensibilità degli studenti. Che così, però, non hanno alcun modo di rendersi conto della propria impreparazione, vivendo nell’illusione di sapere quel che non sanno, a scapito della società intera e soprattutto di loro stessi.
Insomma, ho l’impressione che, spacciando l’operazione per femminismo, si ribadisca invece l’inferiorità delle donne che – poverine! – proprio non riescono a fare di più, e allora non ha senso infierire e nemmeno spronarle a superare i propri limiti. Tanto vale elargire loro coccarde, stelline e premi di partecipazione, trattandole alla stregua di una categoria protetta…

Sarò strana io, ma questo – sebbene sia fatto in modo subdolo e forse non del tutto consapevole – mi pare ancor più offensivo e discriminatorio di quel che avveniva in passato. È troppo chiedere che, una volta per tutte, si pratichi una parità dei sessi autentica e, di conseguenza, s’inizi a ragionare solo di esseri umani, a prescindere dal genere a cui appartengono?

Listening to:
Ogallala – Hurray for the Riff Raff

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