And I can’t help but feel
that I made some mistake
but I let it go…
L’album d’esordio dei Vampire Weekend uscì all’inizio del 2008, nei giorni in cui mi preparavo alla mia penultima sessione di esami universitari, e per me fu un colpo di fulmine. Mi piacque tanto che, subito dopo il primo ascolto, “Oxford comma” divenne la suoneria del mio telefono. Per mesi e mesi fu il più gettonato sul mio inseparabile lettore mp3 e non me ne stancai nemmeno allorché arrivò l’estate, al punto che – insieme a “I Milanesi Ammazzano il Sabato”, “Andrew Bird & The Mysterious Production of Eggs” e “Armchair Apocrypha” – m’accompagnò pure durante il viaggio negli Stati Uniti. E poi mi fece da colonna sonora fino alla discussione, nel novembre successivo, della tesi specialistica. Ed era ancora tra i miei ascolti più frequenti nel 2009, mentre cercavo di non farmi scoraggiare eccessivamente dall’odiosa condizione d’inoccupazione che era traumaticamente seguita alla mia quasi ventennale e sempre brillante esperienza da studentessa, e che m’insegnava per la prima volta il gusto cattivo dell’insuccesso e la vergogna di dover confessare a chi lo chiedeva – e spesso non nascondeva una sadica soddisfazione, immaginando la risposta – di non aver mai ricevuto alcun riscontro alle centinaia di candidature inviate.
Quelle undici tracce frizzanti, piene d’orchestrazioni maestose e un misto di strumenti classici ed etnici oltre a quelli canonici del pop e del rock, che ricordavano tanto “Graceland” e i Talking Heads degli anni Ottanta, e profumavano tenuemente anche dell’estro di Morrissey e Johnny Marr e di reggae, ma tutto in una versione che aveva comunque una piacevole freschezza ed esibiva le stimmate della mia generazione, neutralizzavano per una mezz’ora abbondante l’ansia, lo sconforto e la paura che non mi restasse altro da fare, se non rassegnarmi a dirottare le mie aspirazioni sul mondo della scuola, perseguendo la carriera “di famiglia”. La quale, del resto, era esattamente quella che tutti avevano in mente per me fin da quando avevo scelto il percorso di studi universitario; e per cui io, però, non ho mai sentito alcuna vocazione. Perché non basta avere entrambi i genitori insegnanti (né essere donna) per sentirsi attratti dall’idea di stare per quarant’anni dietro una cattedra a spiegare il past simple, o magari il pretérito indefinido, a una classe di ragazzi. Per quello – a meno che non si scelga l’insegnamento come extrema ratio dopo aver fatto fiasco in tutto il resto, o si sia solo allettati dalla prospettiva di portarsi a casa uno stipendio “sicuro” – serve autentica passione.
Quindi arrivò un’altra primavera e la mia vita diede l’impressione di sterzare finalmente dalla parte giusta. Così l’album omonimo dei Vampire Weekend smise d’essere un antidoto al malumore, diventando – grazie alla sua tracimante vivacità, che s’adattava alla perfezione allo stato d’animo del momento – il sottofondo di quel che allora si presentò col marchio d’una gioia incontenibile. E che auspicio benaugurante mi sembrò l’uscita all’alba del 2010 del loro secondo lavoro, “Contra”! Tutto appariva propiziato e protetto da buone stelle, ché niente si sapeva a quel punto di ciò che sarebbe successivamente accaduto, e la musica della band newyorkese mi divenne di conseguenza ancor più cara.
Nel maggio di due anni fa, invece, eliminai la vecchia suoneria del telefono e la rimpiazzai con un brano maggiormente consono ai nuovi tempi, “I’m not down” dei Clash. I Vampire Weekend avevo già smesso progressivamente d’ascoltarli anni prima e da quel momento in avanti li cancellai del tutto dal mio panorama musicale di riferimento. Troppi erano i ricordi che non m’andava di rimestare. Come una mattina assolata di fine aprile tra gli scogli del punto più scenografico del promontorio. O la sera che calava sulle panchine dei terrazzamenti della scalinata che da via Impallomeni porta alle chiese di san Rocco e dell’Immacolata. E poi Ganzirri e Torre Faro affollatissime il Primo maggio. O Paolo Conte a Taormina. E tanti altri luoghi e altri momenti, che sembrarono di soverchiante bellezza, mentre non erano che scintillii ammalianti ed effimeri, fuochi d’artificio esplosi per distrarre l’attenzione dai limiti che mi venivano frattanto issati attorno. Poi, quando fu terminata la costruzione del recinto e non ci fu più bisogno di scomodarsi per mettere in atto mirabolanti diversivi che facessero da ipnosi e da lusinga, da un giorno all’altro tutto cambiò di segno e il presente acquisì un aroma spiacevole; sicché pure i ricordi, ad analizzarli con l’imparzialità che regala la distanza e col senno di poi, si scoprirono disseminati di fosche avvisaglie che non s’erano colte oppure s’era scelto colpevolmente d’ignorare, e divennero altrettanto disgustosamente appestanti. Pertanto, no, i Vampire Weekend proprio non m’andava più di sentirli nemmeno nominare. E, in ogni caso, i dischi successivi a “Contra” non m’avevano colpita tanto quanto i primi due e dal 2019 la band non pubblicava più nulla.
Del tutto involontariamente, però, qualche giorno fa m’è capitato d’ascoltare “Prep-school gangsters”, uno dei brani del loro recentissimo nuovo lavoro, “Only God Was Above Us”, e – al di là della sottile allusione a “Half a person” degli Smiths, che già di per sé m’avrebbe ben disposta nei confronti del pezzo – ho ritrovato il sound che mi fece innamorare. Scoprendo con piacere che il senso di repulsione è stato superato e che, anzi, i Vampire Weekend sono tornati a farmi sorridere. Così, senza starci troppo a riflettere su e senza neppure ascoltare prima i singoli estratti, ho deciso di acquistare l’album. E non so se sia per la contentezza d’avere una prova concreta che le mie incrinature interne si stanno rinsaldando, oppure perché è bello davvero (a leggere i critici, parrebbe corroborata la seconda ipotesi), ma pure stavolta Cupido ha centrato il bersaglio al primo colpo. Tanto che, sebbene possa apparire alquanto prematuro, mi sbilancio a dire che questo ha molte possibilità di diventare il mio disco dell’anno.
“Only God Was Above Us” è parente stretto di “Vampire Weekend” e “Contra”, come uno zio buontempone ma scafato, che dalla vita ha ricevuto qualche legnata, però le ha incassate tutte senza cedere all’ombrosità permanente, né al vittimismo e tantomeno al cinismo. È un album in cui trionfa l’antico barocchismo musicale, che anche stavolta suona lussureggiante e mai inutilmente pletorico, pur se condito da qualche suggestione electro pop, retaggio dei lavori più recenti. E in più c’è l’inedita aggiunta di spiccate reminiscenze del Bristol sound anni Novanta (vedi “Mary Boone”), e addirittura qua e là si affacciano un po’ di sonorità che si distendono e “smagliano” al punto che dal trip hop virano quasi verso l’ambient e il chill out, benché siano riscaldate da echi beatlesiani – è decisamente l’anno del revival dei quattro di Liverpool: non si salva nessuno, nemmeno oltreoceano – come in “The surfer”. E nei testi si conferma il consueto gusto di Ezra Koenig per l’assurdo, come sempre reso brioso tramite il ricorso a rime da filastrocca e occasionali giochi di parole. Rispetto al passato, tuttavia, la novità è che la scrittura è stata in gran parte purgata dall’idealismo degli anni verdi e rimpinzata di un più maturo realismo.
Si tratta, in estrema sintesi, del lavoro di una band che rivisita la propria gioventù, riconsiderandola con la prospettiva disincantata di un quarantenne (età che, del resto, grossomodo hanno i suoi membri), e che non vuole fossilizzarsi sul passato, ma a partire da quello vuole gettare le fondamenta per costruire la propria evoluzione futura.
Più o meno è lo stesso atteggiamento col quale io guardo a quel lontano 2008. Con una punta di nostalgia e tanta tenerezza nei confronti di quella ragazza, che non aveva idea del pasticcio in cui si sarebbe cacciata di lì a poco, quando avrebbe scioccamente scambiato per vere cose che non lo erano e si sarebbe incaponita nel credere di aver trovato la felicità dove in realtà per lei non c’erano che divieti, silenzi punitivi, deprezzamenti, espropri di parti di sé e lacrime. E allo stesso tempo con rammarico e rigore, per imparare dagli errori e, forte di ciò, provare a fare di meglio domani.
Listening to:
Prep-school gangsters – Vampire Weekend

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