Luck is not chance —
It’s Toil —
Fortune’s expensive smile
Is earned —
The Father of the Mine
Is that old-fashioned Coin
We spurned —
Oggi m’è capitata una cosa imprevista, che sarebbe stata una rogna, se la Fortuna non ci avesse messo lo zampino, facendo sì che il risultato di un errore a mio svantaggio si rivelasse una gradita sorpresa. A blessing in disguise, direbbero gli anglofoni, capace di raddrizzare all’improvviso una giornata che non era iniziata nel migliore dei modi.
Riflettendo sull’accaduto, mi sono tornati in mente quei versi di Emily Dickinson – una tra le fonti da cui attingo abitualmente la saggezza – che dicono di come la buona sorte vada guadagnata. E con fatica. Homo faber fortunae suae, insomma.
Questo è uno dei pochi punti sui quali dissento, sebbene non del tutto, dal magistero della prodigiosa poetessa di Amherst. Infatti, io non credo fino in fondo nell’autonomia onnipotente dell’essere umano, che da sé solo può farsi artefice del proprio destino e plasmarlo a piacimento, governando finanche la Fortuna. Perché è un dato di fatto che esiste il caso e che esso – che ci piaccia o no – sia in grado d’influenzare in misura determinante il corso della nostra vita.
Secondo il mio punto di vista – che è assolutamente personale e quindi indubbiamente opinabile – il caso e le coincidenze sono il linguaggio cifrato attraverso cui comunica con noi l’Intelligenza che scrive la storia dei singoli e del mondo. La quale ci lascia, certo, una buona dose d’arbitrio nel variare la trama secondo i capricci del nostro gusto, ma non manca di correggerci presentandoci a tradimento ostacoli non preventivati o lieti eventi fortuiti, se abbiamo deviato troppo rispetto al progetto originario. Sta poi a noi cogliere tempestivamente l’ammonimento nascosto in ogni intoppo e riconoscere la grazia che si cela nei fatti positivi accidentali. In alternativa, ci è data facoltà d’opporci a tali velati tentativi d’emendamento, continuando a confidare solo nel nostro sentire e nella cecità del nostro volere e proseguendo testardamente sul percorso che abbiamo in mente. Con l’unico esito, però, che incontreremo ancora e ancora fuoriprogramma affini, finché la lezione non sia davvero appresa.
La vita, in una certa misura, si fa beffe del nostro borioso attivismo e sdrammatizza le nostre pretese di protagonismo assoluto, insegnandoci – si spera! – l’umiltà dei nostri confini. Ma la Dickinson era americana, pertanto una visione del genere non poteva che essere al di fuori della sua sensibilità, essendo l’America il paese dei self-made men, in cui davvero – forse in passato in modo più deciso di quanto non sia oggi – s’è sempre genuinamente creduto che volere equivalga inesorabilmente a potere. Io, però, sono italiana e come Ungaretti più modestamente penso che l’uomo sia un “monotono universo”, che se ne sta “Attaccato sul vuoto / Al suo filo di ragno” e con arroganza s’illude d’essere in grado con le proprie azioni di procacciare a se stesso ogni sorta di beni, inconsapevole del fatto che, invece, “dalle sue mani febbrili / non escono senza fine che limiti.”
Per cui ben venga l’intervento non richiesto della buona sorte, che m’ha negato quel che avrei voluto, consegnandomi in cambio dall’alto della sua soprannaturale lungimiranza una cosa che, contro ogni mia aspettativa, in verità mi serve e mi piace di più.
Listening to:
Roy – IDLES
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