Libertà

Ogni anno di questi tempi in Italia è inevitabile che si parli di libertà. Questa parola masticata e rimasticata, abusata e semplificata al punto da averla ridotta a mera successione di fonemi da sventolare come una bandiera sbiadita. Perché definire cosa rappresenti sul serio è questione alquanto scivolosa da maneggiare.
La libertà, infatti, è cosa alta e solenne e ponderosa, più grande perfino dell’amore, rispetto a cui è un concetto sovraordinato; ché quest’ultimo non esiste, se non è sotto l’egida della prima, e in condizione di servaggio – che che ne dicano certe tradizioni religiose retrive – non si può amare per davvero neppure Dio. Ed è spesso cosa fraintesa, spacciata per mera assenza di freni e confini e dovizia di diritti, possibilmente privi di contrappesi; ma avere licenza di fare e dire tutto quel che pare e piace o di ottenere tutto ciò che si crede ci spetti, senza responsabilità e senza dover renderne conto a nessuno, non è libertà: è indifferenza biunivoca, noncuranza vicendevole dell’individuo verso il mondo e del mondo verso l’individuo. Vale a dire una forma larvata di non-esistenza. Perché si esiste pienamente non facendosi uomo-isola, soggetto indipendente e “concluso”, focalizzato in modo ossessivo e ossequioso su di sé, bensì solo votandosi a qualcosa o a qualcuno. E votarsi a una causa, a un ideale, a un’arte, a un idolo, a un dio, a una persona o magari all’intera umanità implica il lasciarsene contaminare e coinvolgere, e impone una ridefinizione in termini relazionali del proprio concetto di “io”, il quale non può limitarsi a essere un’etichetta con cui rivendicare orgogliosamente una separazione da quel che è “non io”.

Votarsi a qualcuno o a qualcosa significa anche divenirne custodi e la custodia è un legame di cura, di rispetto e di dedizione. Insomma, un tipo di vincolo che presuppone lato sensu una sottomissione. Il custode, infatti, seppure diversamente dal servo non sia forzato contro la propria volontà, a meno che non voglia mancare al proprio dovere, è comunque subordinato a una serie di obblighi e mansioni. I quali, tuttavia, prende su di sé per scelta e non per ineludibilità, ed è per via di tale differenza che il suo operato acquista un senso che, di riflesso, può illuminare e riempire di significato e compiutezza l’intera esistenza.

In fondo forse la vera libertà non è altro che avere il diritto di scegliere autonomamente a chi e a cosa sottomettersi. Perciò non si può mai essere liberi in assoluto, ma al massimo ci si può trovare soltanto in uno stato di libertà condizionata. Tuttavia, se non avessimo modo di cedere volontariamente parte della nostra libertà autoimponendoci delle restrizioni, non saremmo in grado di gustare interamente la delizia dell’essere dotati della facoltà di valerci del nostro arbitrio. Ché, per paradosso, è nell’essere padroni perfino di rinunciarvi deliberatamente che la libertà trova la sua massima espressione.

Listening to:
Karma parente – Marco Parente

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