E bella in ogni parte al guardo altrui,
tutta bella egualmente è la natura […]
Una distesa d’azzurro ininterrotto e finalmente un sole di quelli che incantarono perfino i Greci, che stregati dalla luce e dalla terra eccezionalmente ferace, ribattezzarono questo posto “penisola d’oro”. Dopo una primavera fin qui fatta di assalti entusiasti e precipitose ritirate, dopo l’irruenza dello scirocco e del ponente e il velo della salsedine del mare intorno e della sabbia di deserti lontani, oggi tutto è terso e splendente e verde e fiorito. Ogni albero, ogni prato, ogni cespuglio e ogni aiuola hanno il loro variopinto ornamento di cui inorgoglirsi. I gattini delle prime cucciolate dell’anno sono già abbastanza grandi per zampettare dietro alle madri in un corteo variegato; qualcuno è ancora un poco goffo, qualcun altro è troppo audace e indisciplinato. Lucertole e ramarri fanno i loro indispensabili bagni di sole. Le formiche lavorano alacri, ché per loro non c’è domenica e non c’è requie. E nel frattempo i gabbiani volano, stridono, passeggiano e osservano, appollaiati come giudici sulle scranne, e sono ormai i veri padroni della città.
Come si può credere che siamo qui per soffrire, sebbene a stare al mondo non sia infrequente che si soffra davvero? Come si può credere che sia in moneta di strazio e di pena che dovremmo pagarci l’ingresso in una vita migliore nell’aldilà? A che scopo farci tutto questo giardino di delizie, se deve essere esperito solo come una valle di lacrime? Se l’è mai domandato chi crede esclusivamente nella privazione, nel sacrificio e nella penitenza? Ché se avesse sul serio ragione, tanto sarebbe valso farci tutto grigio e brullo e buio. Per soffrire sarebbe bastato; anzi ci avremmo sofferto di più e meglio.
Invece siamo qui, in questo paradiso a portata di mano, membri e custodi di una meraviglia mozzafiato. Invece ci è stata data questa irresistibile bellezza, perché non scordassimo mai che è alla gioia che siamo chiamati, non al dolore. Il dolore è una circostanza, ma non è né scenario naturale né orizzonte. Tanto che, anche nel fitto della disperazione, alle volte basta incontrare un fiore perché si attutisca il buio.
Listening to:
I shall be released – Bob Dylan
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