“…também bate um coração”

Il sax tenore rauco di Stan Getz e la voce calante di João Gilberto (talvolta davvero impercettibilmente desafinada), che con una semplicità quasi sommessa e ipnoticamente conturbante manifestano al mondo l’estro favoloso di Tom Jobim. Da circa venticinque anni è questo per me il suono delle prime avvisaglie d’estate. Fin dai tempi delle Settimane enigmistiche riempite sul balcone di casa nel tepore dei pomeriggi dell’ultimo brandello di scuola che precedeva le vacanze, ché uno dei vantaggi dell’essere secchiona era quello d’arrivare a metà maggio con tutti i voti già abbondantemente in ordine, e allora ci si poteva concedere senza rimorsi di dedicare il tempo ai cruciverba senza schema e agli aneddoti cifrati, piuttosto che a prepararsi per le interrogazioni. E questo disco – uno dei pochi di cui mio padre non si lagnasse, perché la bossa nova gli rievocava ricordi felici dell’adolescenza – andava quotidianamente in loop nel lettore Cd del mio sfruttatissimo radioregistratore Sharp, finché non veniva l’ora di scendere a fare due passi sul lungomare e incontrarsi con gli amici per una chiacchierata prima di cena.

Oggi, con l’ennesimo scirocco di questa primavera indecisa che opacizza il cielo, appannando gli indizi estivi che il termometro assevera, suona ancora la stessa musica. E, se allora passeggiando al tramonto si raccoglievano presagi tra il dondolio delle maree e il calore intrappolato nel basalto nero del parapetto della marina, cercando con un poco d’apprensione d’intuire in che direzione volesse srotolarsi quella vita ancora acerba, adesso si prova a districare – tentando la sprezzatura e il disincanto che si addicono alla mezza età – una massa di strane coincidenze e vaticini, che da due anni s’accumulano e paiono puntare tutti nella stessa direzione. Si cerca di riportare un ordine razionale, di ridurre tutto a una linearità inappuntabile, che sgonfi qualunque ingenuo entusiasmo sul nascere, perché quel che sembra stiano lì a indicare i segni che piovono addosso come un diluvio inarrestabile appare del tutto mancante di logica.

Però sarebbe bello potersi concedere di credere alla profezia dell’arcobaleno, che sembrò spuntare apposta per me dopo un pomeriggio di lacrime, e a quelle della coccinella che visse per mesi nella mia camera da letto e del numero che sembra braccarmi ovunque rivolga lo sguardo. Sarebbe bello lasciarsi convincere da questi incoraggiamenti del fatto che, terminato il transito doloroso, sia la fortuna ciò mi spetta nella seconda parte della vita. E ancor più bello sarebbe potersi permettere la demenza d’avere fede in altri oracoli, che con emozionato pessimismo serbo per me, guardandomi attentamente dal lasciare che ne trapeli finanche una virgola giacché, seppure siano ben più circostanziati, sono parimenti assai più assurdi.

Speranze del genere sono un lusso pericoloso, un’anestesia avvolti nella quale scivolare tra le cose della vita con indifferenza, fino ad accorgersi a scoppio ritardato d’essere stati impegnati nell’inseguimento di chimere e d’aver lasciato sfuggire quel che, invece, si sarebbe potuto afferrare. Eppure è così triste costringersi a vivere senza fantasia né desideri! E come sembrano insipidi il meno peggio e le soluzioni di buon senso e di convenienza! Viene quasi voglia, piuttosto, di ritirarsi da ogni cosa, in un eremitaggio perpetuo che almeno splenderebbe di coraggio sacrificale, invece che puzzare di calcolo e di comodo. Perché, nonostante tutto, nel petto c’è un cuore inappagato, che bramerebbe di palpitare ancora.

Listening to:
Desafinado – Stan Getz & João Gilberto (feat. Antônio Carlos Jobim)

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