Insieme nella notte

L’indifferenza peggiore è quella nei confronti della sofferenza, perciò interessarsi al dolore degli altri è da considerarsi cosa buona e giusta e auspicabile. O, per lo meno, così sembra finché non si finisce nel mirino di tale interesse. Quando ne diventiamo noi stessi il bersaglio, infatti, ci accorgiamo che la presunta solidarietà verso la sofferenza altrui spesso è null’altro che pena.

Quanto è facile elargire una buona parola o un consiglio – quasi sempre non richiesto – simulando compenetrazione, mentre intimamente ci corrobora e rassicura il sentirci in una posizione di vantaggio! Dal nostro piedistallo dispensiamo “pietà” e “comprensione”, aspergendole come una grazia celeste sul malcapitato di turno, che annaspa nell’abisso del proprio patimento. La pena è così: è una asserzione di differenza, separatezza e superiorità. È un modo di guardare il dolore dell’altro con una bonomia di prammatica, che placa la coscienza di chi la elargisce e stuzzica la piaga di colui che la riceve. Il quale, per sua sfortuna, non è neppure libero di rigettare tanta “premura” con lo sgarbo che meriterebbe, a meno che non voglia passare da ingrato e scortese.

Tutt’altra cosa è la compassione. Quella sì che riesce a far breccia nel senso d’isolamento dell’afflitto, dandogli nella tribolazione una compagnia che, benché non sia una cura, è un conforto sufficiente a risollevare il cuore. Tuttavia, patire insieme a un altro un dolore che non è proprio è difficile, poiché presuppone che si riconosca che, se quel tormento non ci appartiene, è solo in virtù di circostanze benevole e non già in forza di uno stato d’immunità a esso. Per provare autentica e commossa condivisione emotiva è necessario essere consapevoli che un giorno potrebbe toccare a noi di dibatterci nella stessa melma, ché niente ci mette al riparo da tale rischio e non siamo dispensati, per via d’un qualche merito o d’una fortunosa elezione divina, dall’assaggiare le spine della vita.

La compassione non è “partecipare” alla sofferenza ammaestrando l’altro col fare saccente di chi si crede un’arca di saggezza e lungimiranza, né blandendolo coi pannicelli caldi di parole di circostanza e neppure spargendo pidocchiosa “generosità”, come si fa con gli spiccioli in sovrappiù che si danno sbrigativamente al mendicante che ci tende la mano. La compassione è avvicinare l’altro che piange nel buio e sussurrargli dolcemente all’orecchio: «Anche per me è notte.»*

Listening to:
Decks dark – Radiohead

*Quest’ultima immagine, ovviamente, non è farina del mio sacco. Debbo queste parole, che mi sarebbe piaciuto poter mettere in esergo, a un testo letto molti anni fa – quando ancora l’arroganza giovanile mi spingeva a confidare ciecamente nella mia memoria e non prendere diligentemente nota di ogni pagina illuminante incontrata – e che non sono mai più riuscita a rintracciare. Forse si trattava di uno scritto di Rilke o (con maggiore probabilità) di un aneddoto che riguardava il poeta austriaco. Se qualcuno di coloro che leggeranno il post dovesse saperne di più in merito, gli sarei eternamente grata qualora volesse condividere l’informazione nei commenti.

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