Il poeta è un fingitore.
Finge così completamente
che arriva a fingere che è dolore
il dolore che davvero sente.
E quanti leggono ciò che scrive,
nel dolore letto sentono proprio
non i due che egli ha provato,
ma solo quello che essi non hanno.
Ci sono periodi nei quali il dovere divora tutto il resto. E il dovere sono oltre cinquantamila parole da scrivere in appena una manciata di giorni. Parole insulse, banalmente descrittive o superficialmente esplicative, svolazzi che servono a ingrossare e camuffare l’ovvio quel tanto che basta perché un algoritmo possa trovarlo affascinante e meritevole d’essere segnalato all’attenzione del pubblico. Parole alle quali, tuttavia, debbo la mia capacità di sostentarmi, perciò non posso che esser loro grata, nonostante tutto. Nonostante inghiottano tutte le altre parole, quelle da leggere e quelle da lasciare in questo posto oppure su uno dei tanti quaderni e taccuini che continuo incorreggibilmente ad accumulare. Però a volte mi sento odiosamente satura, ottusa da queste quisquilie che tengono in ostaggio il mio tempo e la mia attenzione infestandomi la mente, al punto che a fine giornata ho paura vengano a perseguitarmi anche di notte e che perfino i miei sogni trabocchino di ingredienti di biscotti per cani, wattaggi di friggitrici ad aria, tipologie di shampoo secco…
E quando succede – non importa l’ora – prima di cedere al sonno ho bisogno di un assaggio di bellezza, di un esorcismo contro la futilità claustrofobica delle sequenze di lettere che ho messo in fila fino a un momento prima. Così solitamente apro YouTube e mi godo uno o due video musicali che mi sono cari o una scena memorabile di un film che amo.
A volte, come ieri notte, le due cose coincidono. Avevo voglia di riascoltare “Transmission” dei Joy Division e, grazie al vero e proprio culto generatosi attorno a “Control” – il film biografico sul loro frontman – che si è via via confuso e sovrapposto alle vere immagini di Ian Curtis e della band, in qualche caso perfino soppiantandole, mi sono trovata a riassaporare insieme alla musica la bellezza del bianco e nero spigoloso, a tratti quasi espressionista, della notevole pellicola di Anton Corbijn, al centro della cui impassibile anti-retorica, che rifiuta il melodramma e la monumentalizzazione del proprio protagonista e rifugge dalla consueta mitologia che caratterizza i biopic, splende in modo abbagliante la performance assolutamente fenomenale e iperrealistica di Sam Riley.
“Control” non è la storia di un’ascesa, il classico viaggio dell’eroe irto di prove e antagonisti al cui termine, però, ci sono immancabilmente il trionfo e la gloria. “Control” è fin dal principio il racconto di una caduta. Che non è certo una picchiata e non è priva di entusiasmi e maestosità e genio e bellezza, i quali tuttavia non riescono mai a scacciare la sensazione di stare assistendo a un’esemplificazione dettagliata della struggente inevitabilità del moto di un grave su un piano inclinato. Più di ogni altro suo merito – e non sono pochi – quel che mi ha sempre colpita di questo film è come riesca efficacemente a raccontare l’impossibilità di comunicare il dolore, se l’unico modo che si conosce per farlo è la creazione artistica. Ché disgraziatamente tutti quelli che vi s’imbattono quel dolore autentico lo scambiano per un patimento estetico, cogliendone solo la poesia senza riuscire a intravedere lo sbrego da cui questa sgorga e considerando la sofferenza all’origine di quell’esternazione come un mero strumento di cui approfittare, niente più che un meraviglioso specchio in cui riverberare la propria pena o una cassa di risonanza in cui irrobustirne l’eco.
In fondo è questo ciò che chiediamo all’arte: che ci dia immagini o suoni o parole per definire quel che elude le nostre limitate capacità espressive. A qualcuno, secondo un criterio imperscrutabile, tocca il doppio fardello di conoscere il dolore e di saperlo illustrare a beneficio di noialtri, che ingrati glielo scippiamo, reclamandolo per noi come rinforzo o come conforto, spolpandolo a nostro uso e consumo, per lo più senza nemmeno darci pena di pensare per un istante a colui al quale compete la sua paternità e perciò senza l’ombra di compassione, dando anzi per scontato – come se ci spettasse di diritto – che qualcuno esista o sia esistito per fornirci attraverso la propria sofferenza linimento e catarsi per la nostra. Pretendiamo agnelli sacrificali, che s’immolino per il nostro diletto o la nostra consolazione, e quand’anche li mitizziamo e ci convinciamo di amarli, è sempre e solo un sentimento auto-riferito, che scaturisce squisitamente in ragione di ciò che essi significano per noi e del “servizio” che ci hanno reso.
A chi è bersaglio di un “amore” tanto irriconoscente e rapace forse risulterebbe più innocua l’indifferenza, ché se ci si esprime lo si fa per sfiatare i propri vapori roventi e non certamente per farsi valvola per quelli altrui, e non serve una perspicacia rara per immaginare quanto debba essere spiacevole essere molestati da un presunto affetto che somiglia straordinariamente all’abuso, in quanto implica il venire defraudati della propria interiorità. Eppure non proviamo mai vergogna per questa appropriazione dettataci dall’egoismo che discende dal nostro essere creature fragili, spesso ammutolite davanti all’enigma dei fatti della vita e perciò disperatamente bisognose di salvatori e di eroi, dei quali a nessuno importa se lo siano con entusiasmo o con riluttanza, a nessuno importa a che prezzo. Purché ci riesca vantaggioso, tanto ci basta e la coscienza tace.
Listening to:
Atmosphere – Joy Division
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