La musica prima di ogni altra cosa:
e per questo preferisci l’impari,
più vago e solubile nell’aria,
senza nulla in sé che pesi e si posi.
Grafemi su grafemi, come in catena di montaggio, per mettere insieme insipide sequenze di morfemi e fluide frasi formulari, da cui ogni asperità è bandita. Tanto chiedono gli algoritmi e tanto gli ammanniamo. Per venire incontro alle capacità del lettore medio? Chissà! O magari per far sì che il lettore medio si faccia via via più ottuso e con un lessico sempre più striminzito, dunque con pensieri più grossolani e superficiali; ché – non è un mistero – gli sciocchi si comandano con maggiore facilità e sono più propensi a farsi abbindolare, che si tratti di convincerli a un acquisto superfluo o a un voto “utile”.
Tocca d’attenersi per forza di cose alle mutevoli regole della SEO, che nel mio caso si materializzano in una checklist tassativa come un decalogo, che tra le altre prescrizioni imperative intima pure di verificare che “le sentenze (sic!) non superino le venticinque parole.”
È finita, mi pare inoppugnabile: la lingua italiana muore, sacrificata con entusiasmo sull’altare del neocapitalismo e di un provincialismo becero, che scambia l’esterofilia per spirito cosmopolita e dà solo prova d’essere supinamente servile a una cultura che, grazie a quest’ebete collaborazionismo, ci ha colonizzati fino all’eradicazione della nostra identità (linguistica e non solo).
E io partecipo quotidianamente allo scempio del nostro idioma. Per necessità, certo, ma che importa? Questo cancella forse la mia complicità? Di certo non allevia l’orrore che provo. A volte mi sento tanto schifata che non mi pare di avere diritto di scrivere altro e questo spazio viola, più che un bastione di resistenza, mi sembra la vetrina della mia ipocrisia: in orario di lavoro istupidisco il prossimo e nel tempo libero faccio la ruota come un pavone, ostentando termini desueti e costrutti bizantini, arroccata nella mia torre d’avorio.
Non che sia necessariamente ostile a uno stile “piano”, né che glorifichi l’impenetrabilità, invocando una prosa ispida, ampollosa e oscura anche per messaggi dai fini ordinariamente descrittivi e/o informativi; però, mi piacerebbe essere autorizzata a usare un periodare che andasse oltre l’enunciato minimo o giù di lì e che non proibisse di fatto le subordinate.
Poi capitano giorni come oggi, in cui il disgusto si fa più acuto, perché ci si sveglia con la voglia di rivisitare una delle pietre miliari della new wave (o del punk rock, a seconda dei punti di vista) e mentre si dovrebbe lavorare, invece ci si perde tra i fraseggi di chitarra di quell’album, “Marquee Moon”, che occorre ascoltare per intero due volte di seguito prima d’essere pronta a lasciarlo solo in sottofondo e a combinare qualcosa.
E l’ascolto di Tom Verlaine e soci influenza l’intera giornata, spingendo a rispolverare, una volta compiuto il proprio dovere, il Verlaine originale. Si finisce così per incappare involontariamente in quell’Art poétique che pare un atto d’accusa personalizzato, una denuncia su misura, che schiocca sulla guancia come uno schiaffo a mano aperta. Perché in quel che si scrive per professione e che sbrana il tempo, lasciandone a disposizione non più di qualche brandello, non c’è traccia alcuna de “l’avventura buona / sparsa al vento increspato del mattino / che va sfiorando la menta e il timo…”, niente in quei testi d’esattezza impassibile e calcolata ha l’eco della canzone grigia, che è cara più di quella nitida, proprio perché in essa l’incerto s’unisce al preciso. Ci sono solo colori in quelle sentenze e nessuna sfumatura. Solo solidi, contundenti colori. E quel che è peggio è che non si tratta nemmeno di letteratura…
Listening to:
Prove it – Television
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