Nel labirinto

No habrá nunca una puerta. Estás adentro
y el alcázar abarca el universo
y no tiene ni anverso ni reverso
ni externo muro ni secreto centro.
No esperes que el rigor de tu camino
que tercamente se bifurca en otro,
que tercamente se bifurca en otro,
tendrá fin. Es de hierro tu destino
como tu juez. No aguardes la embestida
del toro que es un hombre y cuya extraña
forma plural da horror a la maraña
de interminable piedra entretejida.
No existe. Nada esperes. Ni siquiera
en el negro crepúsculo la fiera.

È settembre ed è ventoso, grigio di pioviggine e fresco da intirizzire la pelle nel sonno, se si dimentica la finestra spalancata.

La prima avvisaglia d’autunno.

Eppure quest’anno non basta. Non soccorre nemmeno la consueta fioca felicità dell’anticipazione della stagione delle foglie cadenti – che pure tanto amo – in questo groviglio strampalato, che non si può dipanare perché non ha capo né coda, come un anello infinito in cui tutto è ugualmente futile e insignificante e non si può che tornare sempre nel punto da dove s’è partiti e quel che cambia di volta in volta è solo l’essere sempre più vecchi.

Proseguo attraverso questo “odiato sentiero di monotone pareti” con inerzia svogliata e lo sguardo smagato di chi s’è assuefatto alla delusione e all’iniquità e prende atto dello sfacelo, registrandolo come una realtà irreversibile, l’esito naturale di un vizio congenito. Per questo m’hanno allevata e io, come sempre obbediente, per questo mi sono spesa con zelo indefesso, facendo del fallimento il mio capolavoro, la mia sola eccellenza.

Listening to:
Weeping wall – David Bowie

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