Ed una delle ragioni principali che allontanano dal vero
cammino che dovrebbero seguire coloro che si affacciano a
queste conoscenze, è l’idea che si ha da principio, che le
cose buone sono inaccessibili perché si dà loro il nome di
grandi, alte, elevate, sublimi. E così si rovina tutto.
Cos’è una vita in cui il buono a cui puntare è solo quello attingibile, il nettare annacquato, la gratificazione andante a un tiro di schioppo, il compiacimento mediocre a portata di chiunque? C’è – deve esserci! – sempre una porta stretta da varcare, una selva di pericoli, un sentiero tortuoso e irto di tranelli attraverso cui laurearsi coraggiosi e meritevoli. C’è – deve esserci! – un issarsi sulle punte e arrampicarsi, sfidando lo sprezzo verticale di quel che dal buono vorrebbe escluderci; altrimenti a cosa vale la meta?
Oppure no.
Forse non è vero che quel che è difficile e distante ed esigente sia più sommo e prezioso e desiderabile. Forse non so niente e non ho mai capito nulla. Forse le cose buone sono minuzzoli qualsiasi, manciate di perline colorate, invece che gemme da strappare a fatica dalla roccia. Forse dovrebbero essere comode e destare sospetto allorché non lo sono, e non viceversa. Forse la soddisfazione più grande è riceverle senza essersele guadagnate, come un diritto naturale che sorge in capo dalla nascita per il solo fatto d’essere venuti al mondo. Forse non è peregrino sperare che questo diritto valga erga omnes e che le cose buone – che siano grandi o piccole, eccelse o insignificanti – siano destinate a tutti.
Sì, perfino a me.
Listening to:
Can’t pretend to know – The Murder Capital
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