Identità

Todas las cosas son palabras del
idioma en que Alguien o Algo, noche y día,
escribe esa infinita algarabía
que es la historia del mundo. En su tropel

pasan Cartago y Roma, yo, tú, él,
mi vida que no entiendo, esta agonía
de ser enigma, azar, criptografía
y toda la discordia de Babel.

Periodicamente tocca rinnovare i documenti e così può capitare che le urgenze burocratiche si trasformino in occasioni per riflettere su di sé e sugli stringati tratti che dovrebbero descrivere un’identità, la propria. Asettici, come una data di nascita, e superficiali, come un indirizzo di residenza, ed esteriori, come una fotografia e la misura di un’altezza, dovrebbero individuarci in modo inequivocabile, distinguerci oltre ogni ragionevole dubbio dalla moltitudine degli altri.

E, certo, il volto è cosa assai personale; ma che racconta quell’immagine cristallizzata su un anonimo sfondo bianco, se non il lieve disagio e la rigidità che prendono il sopravvento dietro l’esigua privacy offerta dalla lercia tendina d’una cabina per fototessere? Dice forse che nei dieci anni passati tra il nuovo documento e il precedente, seppure si appaia ancora pressoché uguali, niente – o quasi – sembra essere rimasto illeso?

E ha mai detto nulla di rilevante quel pezzo di carta, fin dalla sua prima versione, risalente ormai a ventisei anni fa? Ha mai raccontato di come io sia il frutto della frizione lancinante tra le pareti dello spazio angusto in cui ero stata confinata e l’immensità della mia fantasia? Di come, a crescere con entusiasmo in una selva di paletti, si finisca come una pianta che caparbia aggira gli impedimenti torcendosi e flettendosi e diventando un bizzarro groviglio, un’aberrazione rispetto a quel che sarebbe dovuta e potuta essere?

Per fortuna, chi sono non lo so con la nettezza fendente di un dogma nemmeno io, ché così tanto resta ancora da esplorare!

Ventisei anni fa ero certa si potesse distinguere il bene dal male, additare l’uno e l’altro, riconoscendoli senza tentennamenti. E cinque anni dopo credevo che i miei comportamenti giudiziosi m’avrebbero guadagnato un destino benevolo. E dieci anni fa pensavo d’averlo finalmente incontrato. E oggi? Oggi sono conciliante dove prima ero intransigente e disincantata dove prima ero illusa.

Ecco, forse la sola certezza rocciosa che ho è quella d’essere – e probabilmente d’essere sempre intimamente stata – una pessimista titubante, che s’impegna appassionatamente a rassegnarsi al peggio, ma con spontaneità bambinesca finisce sempre per ritrovarsi vulnerabile nei confronti dei sussulti della speranza.

Listening to:
Tiny suicides – Bright Eyes

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