Il senno di poi

Capita di tanto in tanto che gli eventi attorno a noi suggeriscano, se non addirittura impongano, di fare un’escursione nel passato e all’improvviso di accorgersi che la propria memoria di quei giorni s’è trasfigurata. Ricordi che avremmo giurato fossero minuziose immagini dei fatti ci appaiono tutt’a un tratto differenti, come se il passato nel mentre si fosse riscritto da sé. Si scopre allora che la memoria non è un archivio di filmati registrati in tempo reale e custoditi al riparo da ogni manipolazione, bensì un processo dialettico.

Del resto, a ben pensarci, se la psiche è dinamica, non si vede perché anche i ricordi non debbano essere l’esito di un’incessante negoziazione tra l’io che rimembra e l’io narrato, che condividono un’identità eppure sono due personaggi totalmente differenti, le cui motivazioni e cognizioni spesso non coincidono. L’esperienza è il prisma attraverso il quale guardiamo il passato e il presente e immaginiamo il futuro, e più se ne accumula più facce acquista il poliedro. Così le immagini si riflettono, rifrangono e scompongono via via in maniera più articolata, mentre le prospettive si moltiplicano e variano le angolazioni da cui si effettua l’osservazione. Perché stupirsi, dunque, che dall’analisi a posteriori emergano dettagli e significati ch’erano sfuggiti?

Quel che sembrava ovvio da interpretare rivela retrospettivamente la propria complessità e ci si accorge che di tanti fatti s’intese solo la lettera, perché allora non se ne conosceva la crittografia. Si è costretti, perciò, a prendere atto d’aver frainteso gesti e parole, di non aver colto segnali, di aver sottovalutato alcune situazioni e di averne sopravvalutate altre.

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A guardarla da qui, quella seconda metà degli anni ’90 del secolo scorso a cui ultimamente mi sono trovata non di rado a ripensare, non pare più così terribile come quando ero invischiata nei suoi giorni faticosi e confusi, nei quali mi arrabattavo per trovare un equilibrio irrealizzabile tra la voglia d’essere me stessa e quella di aderire alle incessanti richieste che spietate, a suon di sensi di colpa e di vergogna, esigevano una perfezione astratta e disumana, un’impassibilità irraggiungibile. Oggi vedo con chiarezza i momenti di autentico splendore che, a dispetto di tutto, comparvero a punteggiare quell’agone quotidiano, e che a quel tempo passarono inosservati, o con frequenza si scambiarono per il loro contrario, perché ero troppo concentrata a tentare di dimostrarmi conforme alle aspettative di cui ero stata investita. Così come vedo senza tentennamenti tutte le ombre e le crepe che erano già apparenti, sebbene all’epoca non riuscii a notarle o scelsi d’ignorarle, nei momenti che, poco più d’un decennio più tardi, sembrarono i più belli mai vissuti.

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Come ricorderò il tempo attuale – se me ne sarà data occasione – tra dieci o vent’anni? Guarderò indietro con la tenerezza con cui si rievoca l’ignoranza piena d’ansie e trepidazione d’una gestazione, oppure col bilioso senso di colpa con cui si rivisitano i rimpianti? Non è dato saperlo da qui. L’angolo che avrà allora la prospettiva è ancora un segreto ben custodito. Non resta che attendere, vivere e ricordare quante volte la prossimità m’abbia già tratta in errore in passato, quante volte da quella distanza infinitesima abbia confuso la felicità con la tristezza e viceversa – e per scarsa lungimiranza e per inesperienza – e così mi sia incaponita in ciò che avrei dovuto lasciare andare senza l’ombra d’un ripensamento e, al contrario, mi sia lasciata sfuggire quel che avrei dovuto a tutti i costi trattenere.

È un’ignoranza avvilente e provvidenziale, ché altrimenti si starebbe immobili ad attendere un destino già scritto. Invece tocca procedere sempre per tentativi ed errori, in bilico tra lo slancio e l’apprensione, sforzandosi di concedersi indulgenza per gli errori fatti e per quelli che di certo restano ancora da fare.

Listening to:
Live forever – Oasis

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