Smetterai di scappare?

,

Le melodie imbizzarrite dei Geese – coronate dalla voce aspra e un poco lagnosa di Cameron Winter, che tanto ricorda quella di Thom Yorke – sono diventate per me l’accompagnamento di quest’autunno particolarmente grigio e piovoso e sono riuscite a riscattare, quando ormai quasi s’era persa ogni speranza, un 2025 a mio avviso davvero avaro sul piano musicale.

Ascoltando “Getting Killed”, tuttavia, non posso fare a meno di chiedermi se sia la sua qualità a entusiasmarmi oppure la sua familiarità. Perché non si può non ammettere che, per quanto bello, l’album sia una mescolanza di cose già sentite: un poco di Radiohead, un poco di Television, un poco di Strokes, un pizzico di Alt-J, di Lou Reed, di Velvet Underground, per dire solo delle influenze più palesi. E poi in apertura c’è quella “Trinidad”, che mi ricorda tanto i Led Zeppelin, ma soprattutto la formidabile doppietta “Bring It On” e “Liquid Skin” messa a segno dai Gomez nel biennio 1998-1999.

Se fosse questa la ragione di tanta passione per la recente opera delle oche newyorchesi? Non è un mistero che per me sia difficile resistere al fascino di qualunque cosa richiami, seppure vagamente, i primi due lavori del quintetto di Southport: quello fu un amore folgorante e viscerale, come sanno esserlo gli amori dell’adolescenza, che in un modo o nell’altro rimangono addosso per sempre come un sedimento ostinato.

La nostalgia è una delle forme più perverse di escapismo e quel suono rievoca una stagione che temo non smetterà mai di condizionarmi. La fuga in quel passato è sempre una tortura squisita. Grattare la crosta per riaprire le cateratte dei ricordi – belli e brutti, tutti comunque fondativi – è un diabolico piacere, un vizio difficile da abbandonare.

Listening to:
Islands of men – Geese

Lascia un commento